Autore: Giorgio Gregori

  • Le cinque torri, il “bronx”, le demolizioni e le ricostruzioni

    (work in progress)

    Il quartiere di San Polo presenta tre tipologie di abitazioni: le villette a schiera, le case “a spina”, le 5 torri (oggi ne sono rimaste 4).

    Le 5 torri (Tiziano (condominio privato, cosiddetta “delle Poste” perché molti appartamenti erano stati destinati ai dipendenti delle Poste Italiane), Raffaello (di proprietà ALER), Michelangelo (proprietà ALER) , Tintoretto (ex di proprietà ALER), Cimabue (di proprietà del Comune) hanno conformazione simile ma storie diverse. Ognuna di esse si affaccia su un vasto parco.

    La convivenza in alcune torri è stata difficile sin dall’inizio, come spiegato nella tesi di laurea di Paola Trapelli .

    Il caso più emblematico è stata la vicenda della torre Tintoretto,
    sorta fra il 1984 e il 1987 e abbattuta meno di 40 anni più tardi coi suoi 18 piani e 195 alloggi, con il progetto di essere sostituita da nuove abitazioni. Un progetto che però ha incontrato molte difficoltà e che ancora aspetta una soluzione.

    Se nelle altre torri col tempo molti problemi sono stati risolti, restano ancora varie situazioni critiche, in particolare alla torre Cimabue.


    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Sanpolino

    sanpolino su wikipedia

    una descrizione sintetica di Sanpolino si trova : https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture900/schede/p3010-00294/

    articoli su Sanpolino pubblicati dal Giornale di Brescia: https://www.giornaledibrescia.it/location/Sanpolino

  • Archivio Enzo Torri

    Contiene tutti gli articoli apparsi sulla stampa locale dedicati al Quartiere di San Polo dal 1993 (dal 1998 in forma completa) raccolti da Enzo Torri.

    Sono stati digitalizzati e possono essere scaricati e consultati. Sono stati anche trattati in ocr e quindi aprendo il file di ogni singola annata in adobe acrobat si può cercare anche una singola parola .

    In un’altra pagina di questo sito abbiamo pubblicato articoli apparsi sulla stampa relativi al progetto del nuovo quartiere e al dibattito pubblico, dal 1976 al 1983.

    Rimane scoperto il periodo che va dal 1983 al 1998, per il quale sarebbe necessaria una lunga ricerca d’archivio in emeroteca o presso gli archivi dei quotidiani locali.


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  • Le parrocchie di San Polo

    La zona definita S.Polo è “coperta” da più parrocchie i cui confini non sempre combaciano con quelli amministrativi.

    Senza entrare troppo nel dettaglio possiamo dire che:
    1) Il Quartiere S.Polo Parco é coperto da S.Luigi Gonzaga e, per la parte questura, dalla parrocchia Capitanio e Gerosa (2 sante ) che però copre anche la zona verso parco Ducos (tutta la zona Lonati e anche la zona dove c’è Idea Salute).
    2) S.Polo Cimabue (escluso la parte Ducos ,Lonati e Idea Salute come detto al punto 1), é coperta da S.Angela Merici che copre anche buona parte di San Polino.
    3) La parrocchia Conversione S.Paolo copre il Q.re S.Polo Case. Il Centro Pampuri fisicamente in Sanpolino è praticamente più di spettanza della parrocchia Conversione di S.Paolo e, in effetti, la stragrande maggioranza dei volontari e frequentatori sono di S.Polo Case (i gestori sono I Pensionati di S.Polo vecchio e i campi del Pampuri sono sempre stati della parrocchia Conversione S.Paolo).

    Grazie a Gianpaolo Mantovani per la collaborazione

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  • Mappe e carte di San Polo

    di Giorgio Gregori (work in progress)

    Questa bella cartina data circa 1600, presenta la città di Brescia circondata da mura, intorno la campagna e qualche piccolo borgo, spesso solo poche case intorno a una chiesa.

    E’ praticamente l’immagine della città di Brescia fino al primo dopoguerra, nel 1945. Unica variante significativa sarà nell’800 l’espansione della città industriale a Ovest, nella zona tra le antiche mura venete e Fiumicello. Le mura saranno abbattute (purtroppo) nel 1900.

    In basso a destra vediamo il borgo San Polo, “una-chiesa-e-una casa”, collegato alla città da una strada con un tracciato che potrebbe coincidere con l’attuale strada provinciale per Mantova, che conduce a Porta Torrelunga, (ora Piazzale Arnaldo), e soprattutto alla porta posta all’inizio di Via Musei incrociando la strada che oggi è viale Venezia/Via Rebuffone e che proviene da S. Eufemia (San Francesco di Paola) e ad una “Pietra del Gallo” .

    Nel dialetto bresciano c’è un detto che, tradotto, significa “non hai mai passato la pietra del Gallo”, per dire non ti sei mai allontanato dalla città, non hai mai viaggiato. Il detto rimanda all’esistenza di una pietra in zona S. Eufemia a Brescia fino al 1718, anno in cui fu sbriciolata per potere allargare la strada. vedi anche spifferi bresciani – la pietra del Gallo (1)

    Una strada tra i campi porta da Mompiano alla Pusterla. Il fiume Garza passa accanto a Borghetto (Borgo Trento) per poi arrivare a San Faustino ed attraversare la città. Sarà solo nel 1797 che verrà deviato per circondare le mura venete in senso antiorario (vedi le vie d’acqua).

    A nord vediamo le strade che provengono da Nave (Conicchio) e dai Borghi di San Bartolomeo e S. Eustachio.

    A Ovest una raggiera di strade conduce una a Urago Mella, l’altra al borgo vicino al ponte sul Mella al termine di Via Milano per poi proseguir verso Milano.

    A sud tre strade partono dalla Porta San Nazaro, ora P.le della Repubblica: una verso il Mella e la Bassa, l’altra a Roncadelle, un’altra verso le Fornaci. Chissà all’epoca cosa c’era di così importante nelle località Fontanelle, nella zona di Via del Serpente, nella casa dei S.ri Porcelagi (il palazzo di Via Labirinto?)

    a Sud, il Garza scendeva dritto verso Bagnolo. Poi nel 1797 sarà deviato dagli Spalti San Marco verso San Polo.

    Dalla porta per Cremona una strada porta alla Volta, per proseguire verso San Zeno. Chissà che località è “Pontonica”? La cartina è un pò strana e sproporzionata, indica una strada dall’aria “importante” verso il Borgo Gerole che sembra poi proseguire per Ghedi, ma di questa strada non ho riscontro. In epoca successiva la Volta sarà collegata con la strada per Mantova con una strada che passa a sud della cascina Maggia e relativa chiesina, (ancora visibile per un tratto)e andare a lambire la Cascina Aurora.

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  • La Cascina Aurora

    La Cascina “Aurora”, in Via Raffaello Sanzio 163 a San Polo (Brescia) dal 2023 ospita attualmente il Museo Dolci, che conserva ed espone 41 opere di Martino Dolci delle oltre duecento di proprietà della Fondazione omonima. Sito al piano terreno della Cascina Aurora, il museo consta di 3 ampie sale in cui è possibile ripercorrere la vicenda artistica di uno dei più noti pittori bresciani del Novecento.  

    la prima sala del Museo Dolci

    Oggi la Cascina si presenta così, ma chi si ricorda di quando era una cascina agricola, e poi con varie ristrutturazioni e cambi d’uso ha ospitato gli Uffici del Comune, un negozio di alimentari, una farmacia, la sede dell’ENPA, e oggi ha una sala comunale nella quale si svolgono varie iniziative, assemblee dei cittadini e riunioni del Consiglio di Quartiere?

    l’esterno della Cascina, lato est – foto Giorgio Gregori 2025
    la Cascina Aurora vista da sud, con l’ingresso del Museo Dolci – foto Giorgio Gregori 2025
    cortile della Cascina Aurora durante l’inaugurazione della mostra dedicata al pittore Garosio, nov 2025 – foto Giorgio Gregori

    Circondata da varie cascine antiche, risalenti al 1600-1700, pensavo che la Cascina Aurora avesse una lunga storia. Mentre invece è molto più recente . Ecco una cartina i cui ultimi aggiornamenti datavano al 1931.

    Nel 1931 la Cascina Aurora ancora esisteva, sarà costruita, in data da scoprire, a sud della strada che dalla Volta, passando davanti alla Cascina Maggia, andava fino alla provinciale per Mantova, nel punto di intersezione con quel sentiero che coincide con la lettera “d” di “ssandro”, stradina di campagna che portava alla Cascina Massardotti

    1980 circa, visione da est verso Ovest. E’ evidente sulla destra la strada che portava alla Volta, passando davanti alla Cascina Maggia (fotografia di Pasquale Zaccone)

    Vedi anche l’articolo https://www.amicicascinariscatto.com/un-nuovo-quartiere-di-quasi-20-000-abitanti-in-costruzione/

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  • I corridoi delle case a spina

    Chi si ricorda di quando questi corridoi non erano chiusi da cancelli?

    foto Giorgio Gregori
    foto Giorgio Gregori

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  • il parco delle cave

    La pagina di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Parco_delle_Cave_(Brescia)

    Il libro di Fabio Capra

    Brescia Il Parco delle Cave

    Compagnia della Stampa, 2022

    Una bella descrizione del parco delle cave si può leggere nel volume di Primo Gaffurini “Come Eravamo”.

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  • La Cascina Lazzarino

    La cascina Lazzarino, attualmente proprietà dei coniugi Sergio e Liliana Gaffurini, si trova a sud ­ovest di S. Polo, in via Campagna, tra la cascina Fusera e la cava di sabbia di Gaffurini. Ora, dopo la splendida ristrutturazione, non possiamo più definirla una cascina, ma piuttosto, come lo fu nel ‘700 e ‘800, casa padronale, palazzo. Dallo stato di totale abbandono fino agli anni ’60 del Novecento, gli attuali proprietari l’hanno riportata agli antichi splendori settecenteschi.
    Posta nel verde di un grande parco che si affaccia sul laghetto Fuserino , cascina Lazzarino si presenta come una grande costruzione su tre ali attorno all’ampio cortile, al cui centro è situata una grande fontana in marmo, di recente fattura ma stilisticamente ben inserita nel contesto.
    Il bianco del marmo di Botticino domina un po’ ovunque, dai grossi pilastri sormontati da vasi di fiori della cancellata in ferro battuto che si apre verso sud, al porticato con cinque colonne dell’ala est, agli stipiti, alle architravi, ai davanzali, creando un’atmosfera di grande eleganza. Due guglie, sempre in “botticino”, svettano sul tetto dell’ala ovest, donando al complesso una particolare nota di signorilità. L’ala ovest doveva servire, probabilmente, a rustico, oggi ristrutturato ad abitazione; l’ala est al piano terra a deposito carrozze ed a fienile al piano superiore; a nord c’era la casa padronale.
    Da notare che nelle mappe napoleoniche dell’inizio Ottocento compare il nome di Palazzino, mentre il nome Lazzarino, che resterà fino ai nostri tempi, compare per la prima volta nelle mappe asburgiche del 1843, epoca in cui gli austriaci rivedono con metodicità e precisione tutto il sistema catastale del Lombardo-Veneto.
    La denominazione Lazzarino deriva sicuramente da “Lazzaretto”, sinonimo di ospedale in cui venivano ricoverati gli ammalati affetti da malattie contagiose (peste, colera, malattie veneree, vaiolo), frequenti nel periodo di guerre della prima metà dell’Ottocento (guerre napoleoniche, di indipendenza, moti rivoluzionari). Nella bassa bresciana i nomi “Lazzarino” e “Lazzaretto” compaiono di frequente, riferiti a cascine o località di campagna isolati da paesi o città, proprio ad indicare luoghi adibiti ad ospedale lontani dalla popolazione onde evitare contagi.
    Che il complesso sia di chiara architettura settecentesca lo conferma la data incisa sulla maniglia della cancellata: “GIO BATT. REBOLDI FECIT 1773”.

    Nell’ala nord ritroviamo gli elementi artisticamente più interessanti con gli affreschi su soffitti e pareti ed i pavimenti in stile palladiano, composto da frammenti di pietra accostati come tessere di un mosaico a comporre motivi geometrici o floreali stiiizzati. Il pavimento è stato purtroppo tolto, perché troppo sconnesso e rovinato, al punto da essere irrecuperabile.
    L’interesse maggiore è destato senz’altro dagli affreschi distribuiti sui due piani, di mano veneta del ‘700. Essi riproducono scene di vita campestre, paesaggi e temi religiosi. Una Madonna, ascensione di santi, contadini e domestiche, gentiluomini e dame adornano pareti, soffitti e scale, illustrano scorci di vita e costumi settecenteschi.

    Per risalire agli antichi proprietari che fecero costruire l’edificio, bisogna osservare e decifrare i due stemmi, uno dipinto sul muro esterno dell’ala est, l’altro scolpito sulla chiave di volta dell’ingresso. Il dipinto rappresenta un leone rampante sormontato da una cotta d’arme, il secondo un bassorilievo con sette stelle poste sopra un ramo con foglie.
    Essi non appartengono però a famiglie bresciane. Potrebbero appartenere ai Panciera di Zoppola, che tennero la cascina fino al ‘900. La panciera è appunto la cotta d’arme presente sopra il leone rampante dello stemma. I Panciera erano nobili conti provenienti da Zoppola nel Friuli e la loro venuta a Brescia è legata ai Martinengo. Resta l’interrogativo del leone rampante che non compare in nessun stemma dei precedenti proprietari; non in quello della nobile Giulietta Mompiani e tantomeno dei Galletti, proprietari fino alla fine dell’Ottocento, e dai quali i Mompiani l’avevano acquistata. Questi non erano nobili e non potevano essere i committenti del Palazzino. Bisogna risalire oltre, ma mancano del tutto documenti, pertanto non resta che concludere che il Palazzino, divenuto poi Lazzarino, sia stato edificato da signori veneti, il cui stemma era quello scolpito sulla chiave di volta del portale est. Questa ipotesi può essere supportata dal fatto che Brescia per lungo tempo fu sotto il dominio di Venezia. I nobili provenivano un po’ dappertutto e tutti ambivano costruirsi una villa in campagna. La Serenissima era poco precisa nel censire la sua gente, pertanto ricostruire con completezza quale era la situazione all’origine diventa arduo. Resta comunque il fatto che la cascina Lazzarino, magnificamente ristrutturata, è una delle più belle testimonianze del passato di S. Polo e merita tutta la nostra attenzione.
    Di seguito sono riportati due esempi di catasto del sito attorno alla cascina Lazzarino. (inserire immagini)

    Uno è del catasto napoleonico del 1810, generico e non rispettante distanze e dimensioni in scala; l’altro è del catasto asburgico del 1843, preciso, rispettante distanze e dimensioni in scala, suddiviso e numerato in lotti, indicanti addirittura la destinazione funzionale per ogni lotto.
    Dal catasto austriaco (asburgico) si può rilevare la destinazione funzionale dei lotti attorno alla cascina Lazzarino:

    n. 996 aratorio e vitato (coltivato a vite)

    n. 997 casa di villeggiatura

    n. 998 orto
    n. 999 prato vitato, adacquato, fruttato con moroni {gelsi] e così via.

    Tratto dal volume “dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012) (pag.64-72). Si ringraziano Primo Gaffurini e Umberto Gerola che hanno concesso la riproduzione.

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  • Le Gerole


    La frazione è parte del comune di Borgosatollo, ma appartenente alla parrocchia di San Polo. Località totalmente immersa nella campagna lavorata dalle famiglie Ballerini, Boldini, Medeghini e Sandrini residenti nelle rispettive cascine. La frazione è caratterizzata dalla chiesetta dedicata ai Santi Faustino e Giovita festeggiati il 15 febbraio. In questo giorno molte persone di San Polo vi si recavano percorrendo la via Chioderolo e inoltrandosi poi per il viottolo che costeggiava il torrente Naviglio, raggiungevano le Gerole attraversando un bellissimo panorama agreste.
    Da molti anni ormai le Gerole sono raggiunte attraverso la più comoda via Cadizzoni, percorribile in automobile.
    Secondo l’Enciclopedia bresciana il termine “Gerole” non deriverebbe da “gera” (ghiaia­sabbia), ma dalla nobile famiglia Gerola, che nel Seicento circa aveva possedimenti nella località. All’interno della chiesa c’è una lapide marmorea che ricorda personaggi del Seicento che contribuirono con i loro lasciti alla costruzione della chiesa ed alla celebrazione di messe.
    Riportiamo di seguito, il testo e la traduzione della lapide tratti dal fascicolo parrocchiale:
    “La Comunità di S. Polo storico”
    Numero 1, Aprile 2011,articolo “Speciale Gerole”

    ANTONIO MOROTTO
    Ad Antonio Morotti
    CUIUS PIETATEM EGREGIE CONTESTATI HAEREDES
    del quale la pietà egregiamente avendo ereditato gli eredi
    IULIA SOROR ET PETRUS MASOTTUS CONIUGES
    Giulia sorella e Pietro Masotto coniugi
    EROGARUNT
    erogarono
    X DEC(embris) MDCXXXIV
    il 10 dicembre 1634
    DECIES QUINGENTAS PL(anetas) LlB(rarias) AB EODEM IN DIU(tu)RNAE
    dieci volte cinquecento planeti dal peso di una libbra dal medesimo destinate/aggiunte
    AC PERPETUAE MISSAE CELEBRATIONEM ADDICTAS
    per la celebrazione di una messa continua e perpetua
    TEST(amento) ROG(ato) PER MARCUM GANDELLUM
    con testamento rogato da Marco Gandello
    BRIX(iensem) NOT(arum)
    notaio bresciano
    PRIDIE IDUS SEPT(embres) MDCXXX
    il giorno precedente le Idi di settembre del 1630
    TRANSLATIS HUC EIUSDEM AC FRATRUM SORORIAEQUE OSSIBUS
    traslate qui le ossa del medesimo dei fratelli e di una zia paterna
    IO(annis) PAULUS GLEROLA
    Giovanni Paolo Gerola
    AETERNUM VOLENS AETERNUM POSUIT.
    eterno volendo eterno pose

    . CI ÐI ÐC XXXV .
    1000 500 100 35

    Giovanni Paolo Gerola, volendo (un ricordo) eterno, nel 1635 eresse (questo sepolcro) eterno – dopo aver qui traslato le ossa del medesimo, dei fratelli e di una zia paterna – per Antonio Morotti, i cui eredi, la sorella Giulia e Pietro Masotti, coniugi. avendone ereditato nobilmente la pietà, erogarono il 10 dicembre 1634, 5000 lire planete* dal peso di una libbra destinate o aggiunte (a quelle fissate) dal medesimo con testamento rogato da Marco Gandello, notaio bresciano il 12 settembre 1630 per la celebrazione di una messa quotidiana e perpetua.

    *moneta bresciana diffusa dal 1257 a rutto il ‘600. Il peso di una libbra corrisponde a gr. 0,32 I di argento.

    Dall’epigrafe è stato possibile ricostruire la vicenda. Il nominato Antonio Morotti aveva depositato presso il notaio Marco Gandellini di Brescia un testamento, con cui costituiva una cappellania della chiesa delle Gerole per una messa quotidiana e perpetua.
    Il Morotti morì di peste (la stessa narrata dal Manzoni nel suo “I promessi sposi”) e gli eredi erogarono altre 5000 lire (planetas librarias) per aumentare il capitale della cappellania.
    Successivamente un altro erede, G. Paolo Gerola, raccolse le salme dei nominati eredi Giulia e Pietro Morotti e di una zia paterna nel sepolcro eretto nel 1635, di cui l’epigrafe.
    La vicenda fa supporre che la famiglia fosse la committente della costruzione della chiesa delle Gerole o ne fosse comunque la proprietaria.

    Tratto dal volume “dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

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