Autore: Giorgio Gregori

  • Edifici e Borgate di S. Polo

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    le Case
    Da Brescia, verso sud in Via San Polo si supera la grande rotonda che a destra va in Via della Maggia e a sinistra Via Michelangelo Merisi e, di fronte alla portineria dell’Alfa Acciai, si imbocca Via Lucio Fiorentini. Dopo circa 600 metri si arriva al vecchio borgo delle “Case”.

    Nel passato era frazione del comune di Sant’Eufemia. Si caratterizzava per la presenza della piccola chiesa di San Girolamo, accanto alla Casa di riposo Arici-Sega, per la presenza di una comunità di Suore delle Poverelle che gestiva l’asilo infantile, oltre che dare assistenza agli ospiti della casa di riposo.

    La vecchia casa di riposo è ora in ristrutturazione (2025), mentre è stata costruita un centinaio di metri più avanti una nuova grande struttura. La vecchia casa di riposo Arici-Sega aveva sede in un palazzo di proprietà prima dei nobili Truzzi, poi della famiglia Arici. Vittorio Arici lasciò alla congrega della carità di S. Eufemia l’immobile a fini filantropici. Il lascito, unito a quello della famiglia Sega, permise la realizzazione della casa di riposo che porta il loro nome.
    Come tutti i borghi antichi racchiudeva anche alcune cascine: Caraffini, Faini, Sandrini. Di fronte alla vecchia casa di riposo, al numero 20 di Via Fiorentini una di queste (non so quale) è stata ristrutturata ed è diventata un bel residence denominato “la cascina”, con circa 40 appartamenti .

    Le Scuole
    All’incrocio tra via Mantova e via Fiorentini, un ampio edificio a corte era sede della scuola elementare e dell’asilo infantile. La scuola media unica ancora non esisteva. Due lati contenevano le aule scolastiche a piano terra e primo piano. Nel terzo lato servizi igienici e refettorio. L’abitazione del custode e la stanza dei bidelli esaurivano tutti gli spazi disponibili. Sul lato opposto della strada sorgeva la cascina Miglio (el “Mei”).

    Cascina Miglio“El Mei”- Cà di Emilio
    Sorge accanto all’Acciaieria Alfa Acciai, vicino alla grande rotonda. Era abitata da varie famiglie fra cui i Fusi, che lavoravano i terreni allegati alla cascina. Oggi versa in una stato di abbandono penoso.

    La vecchia Chiesa
    Situata sulla via Mantova era dedicata alla Conversione di San Paolo. Attualmente è stata trasformata in trattoria. Accanto c’è la piccola canonica legata al grande “Palass del Mago”. A nord della Chiesa sorge casa Reboldi.

    Palass del Mago

    Nome con il quale la popolazione identifica una costruzione risalente al 1500 e adibita ad abitazione. All’interno trovarono posto il cinema-teatro parrocchiale e la bottega di riparazioni di biciclette e tricicli di Pietro Bandera, meglio conosciuto col soprannome di “Stria” per il suo carattere burlonesco.

    Casa Bonetti
    Situata al centro di San Polo, ospitava un bar e la tabaccheria di Gianni Filippini meglio conosciuto come “Giani tabachì”.

    Accanto, la Pesa pubblica per carri, carretti e, più tardi, i Dodge (camion militari americani dismessi e adibiti al trasporto di ghiaia). La pesa pubblica era situata sotto un porticato che dava nel cortile del palazzo. Ora è chiuso ed è stato trasformato nella sala del bar Pesa.
    “La pesa mi ricorda un episodio divertente accadutomi. Provenivo in bicicletta dalle Bettole, dove ero stato a portare del materiale da lavoro a mio padre. In fondo al cavalcavia mi aspettavano due poliziotti in moto. Mi fermarono ed ispezionarono la bicicletta che, ovviamente, non era in regola: il fanalino posteriore non c’era, quello anteriore c’era, ma non funzionava, le pedivelle non erano a norma, un freno era rotto. Conclusione: 500 lire di multa ed a nulla valse l’osservazione che tanto era ancora chiaro . Non avendo né documenti, né soldi mi scortarono a casa, uno davanti ed uno dietro.
    Giunto davanti alla pesa mi fermai dicendo che abitavo li dentro e non appena scesero dalla moto, lasciandoli di stucco, partii in velocità nel cortile, uscendo nella via Arici e, senza mai voltarmi per il timore di vedermeli dietro, infilai la prima trasversale e scesi per uno scivolo di un garage, aspettando alcuni minuti prima di riprendere la via per casa. L’avevo scampata.” (Primo Gaffurini). Il palazzo fu costruito nel 1911.

    Nel Centro si trovavano casa Venturelli, un cascinale che ospitava l’officina di fabbro ferraio della stessa famiglia ed il Circolo Combattenti e Reduci; la casa del maniscalco Kinì Mainetti; la drogheria Falappi, la forneria, la casa Fogazzi, la trattoria di Bepi Averoldi ed il piccolo cascinale Lodrini-Codenotti.

    La cascina Bersini
    Con alle spalle la stalla dei Bortolotti. Di fronte alla cascina il grande giardino dei “musigni” e, all’incrocio tra via Ponte e via Mantova, l’osteria del Brentatore di “Trani” Marmaglio. Tra la cascina ed il palazzo dei Bersini c’era la Fabbrica Lampadari dei Sigg. Pellegrini. Luigi Pellegrini acquistò l’edificio nel 1961 dal nobile Cesare Luzzago di Brescia. L’interno dell’abitazione era composto da colonne in pietra bianca e volte a vela in cotto: erano le vecchie ed antichissime stalle, magnificamente restaurate e trasformate in abitazione da Mario Pellegrini, subentrato al padre Luigi. La fabbrica chiuse nel 2002 e l’edificio trasformato in nuove residenze.

    Palazzo Bersini: “la casa rosa”

    vedi la pagina dedicata

    La Draga
    Località così chiamata per l’esistenza della cava di sabbia Salvi, funzionante con una funicolare e carrelli ad immersione nel laghetto dal quale si estraeva sabbia “pulita”.

    Vicino alla cava le case Perghem, Lombardi, Beretti, Filippini, Marcon e del “Magiur” (un ex ufficiale dell’Esercito).

    Portale d ‘ingresso est di via Casotti

    Il Borgo
    Grosso agglomerato di case e cascine a sud di S. Polo, che ha sempre avuto una sua identità, spesso sfociante in campanilismo. Un tempo era chiamato “Borgo rosso” in quanto la maggior parte delle persone si dichiarava comunista o socialista. Al Borgo il sentimento di appartenenza era così vivo che è sorta un’associazione chiamata “I s-cècc del Borgo”, formata da persone rigorosamente originarie della zona.

    Qui erano situate:

    la trattoria “Paletti” ed i suoi giochi di bocce coperti da secolari ippocastani;

    il cascinale Pagani­-Bordiga-Consoli con il pozzo di acqua potabile; vicino, il forno del pane di Emanuele, con annessa salumeria;

    il cascinale dei Bravo (Löc dei Bravi) che periodicamente ospitava spettacoli di burattini (i giupì);

    la cascina dei “Zola” con una bella ortaglia ed un magnifico vigneto, con tre cortili, due portali del ‘600 e camini cinque-seicenteschi, dove un tempo era situata la famosa osteria “La Gatta” di Apostolo Alberti con annessi giochi di bocce;

    vicino alla “Gatta” le abitazioni delle famiglie Fra e Gussago, detto “el strasino” (straccivendolo);

    All’incrocio tra le vie Casotti­-Ponte-Chioderolo nella casa di “Trani” furono ospitate per qualche tempo le scuole elementari.

    Il grande cascinale Pagani-Bordiga-Consoli fu proprietà dei Conti Calini e sul grande portale d’ingresso di via Casotti si può vedere, sotto la chiave di volta, la data 1611 e la scritta :
    “SOLI DEO HONORE E GLORIA” (Solo a Dio onore e gloria)
    a testimonianza dell’epoca di appartenenza dell’edificio. Era la casa di campagna con allegate abitazioni dei contadini che lavoravano le terre di proprietà dei signori, secondo uno schema sociale tipico del ‘600-‘800. L’edificio si estendeva in Via Ponte fino al cortile degli “Apostoli” ed era dotato di tre entrate: quello carraio in via Casotti a sud; uno all’inizio di via Casotti ed il terzo in via Ponte. L’interno era un unico grande cortile e vi si poteva accedere da via Casotti uscendo in via Ponte.

    Il Chioderolo

    vedi anche le vie d’acqua

    La ruota del vecchio mulino del Chioderolo
    Situato alla confluenza dei torrenti Garza e Naviglio-Cerca. Torrenti che frequentemente straripavano mandando sott’acqua l’abitazione della famiglia Saetti, il bel brolo annesso e la trattoria Cavallino che la stessa gestiva. Le famiglie Bettinzoli, Rivetta, Bravo, Rezzola, Savoldi, Gerola, Ferrari, Bandera, Bertoletti, Vecchi, rappresentavano il nucleo storico della contrada.
    Ciò che caratterizza più di tutto il Chioderolo è la presenza del vecchio mulino ad acqua, con le grandi pale spinte da una cascatella ricavata dal Naviglio.

    il vecchio mulino del Chioderolo – foto Giorgio Gregori 2026


    Il mulino era gestito da tre famiglie di cugini Bandera: Angelo, Giacomo e Mario col fratello Luigi. Secondo don Angelo Cretti dall’analisi di mura, travi e strutture, l’edificio si può far risalire al ‘500.
    Il termine Chioderolo pare derivi dalla presenza nella località, anticamente, di un’officina in cui si producevano chiodi.

    La Colombera
    Un grande cascinale abitato dalle famiglie Massardi, Pasinetti, Zizioli e Bandera. Quest’ultima, proprietaria di un grande frutteto e vigneto. Di fronte, la casa Romanenghi, anche loro possidenti di vigneti, periodicamente inondati dagli straripamenti del torrente Garza, perché piantati nel terreno di una ex cava di sabbia, probabilmente la prima di San Polo, nella quale l’estrazione avveniva con piccone e pala, il classico “pic e badil”.

    Il Gerolotto
    Agglomerato comprendente le cascine Bacchetti, Gregorelli e Medeghini, dedite oltre che alla coltivazione dei campi, anche all’allevamento di bovini, spesso lasciati liberi di pascolare nei terreni circostanti. Le vicine famiglie Franzoni e Volpi erano dedite alle cave di ghiaia.

    La Fusera.

    Risalente ai sec XV-XVI, con il cascinale degli Zubani e la chiesetta dedicata ai SS. Pietro e Paolo, meta di molti pellegrinaggi durante i tridui, sempre ben vissuti dalla gente.

    Le Gerole (vedi articolo dettagliato)
    La frazione è parte del comune di Borgosatollo, ma appartenente alla parrocchia di San Polo. Località totalmente immersa nella campagna lavorata dalle famiglie Ballerini, Boldini, Medeghini e Sandrini residenti nelle rispettive cascine.

    le Cadizzoni (Ca ‘ de Zoni) (vedi articolo dettagliato)

    La Transumanza
    S. Polo fino agli anni cinquanta del Novecento, come già detto, era una realtà prettamente agricola e lo testimoniava la presenza delle numerose cascine situate anche nel centro e pertanto era partecipe diretta del fenomeno della transumanza. Esso avveniva in due momenti: il primo in autunno, quando le mandrie e le greggi scendevano dagli alpeggi, dove il pascolo era terminato, verso la pianura per svernare; il secondo momento consisteva nel fenomeno inverso, quando in primavera le mandrie venivano riportate dalla pianura agli alpeggi. In tali occasioni si vedevano mandrie di decine di mucche condotte dai mandriani attraversare città e paesi per recarsi nelle cascine della pianura, dove svernavano. Veniva allora stipulato un contratto fra il mandriano valligiano ed il proprietario della cascina per cui le mucche potevano pascolare nei campi ad erba per il tardo autunno ed in inverno le mucche venivano nutrite con ilo fieno delle cascine stesse. Il pagamento avveniva nel momento in cui la cavezza delle mucche veniva staccata dalla “traiss” (tramoggia) per il ritorno all’alpeggio. In tale contesto si pone l’episodio avvenuto nella cascina Cavalieri che portò alla famosa targa: “Malghesi di Collio qui non ne voglio” narrato sopra. Era un fenomeno vistoso : per intere giornate si assisteva al passaggio di mandrie scampanellanti, che percorrevano decine di chilometri per portarsi nelle cascine della bassa. Per i ragazzi era sempre una novità e destava meraviglia, in realtà era un fenomeno secolare. La transumanza è scomparsa con l’introduzione degli allevamenti intensivi e con l’aumento del traffico veicolare sulle strade, per cui le poche mandrie presenti negli alpeggi nel nostro tempo in autunno vengono portate nelle stalle di pianura con gli autocarri.

    Corte Manfredi e dintorni
    Nella zona nord e a ridosso della via Mantova oltre alla corte Manfredi esistevano le cascine “Rödä”, “Nssa”, “Scagnel”, “Bridina” e la casa cantoniera, abitata dallo storico “stradino” Gabrieli .
    I terreni adiacenti alle cascine erano lavorati dalle famiglie Frassine, Spagnoli e Spalenza. Un poco più a nord-est era stata abbandonata la cascina “Albrisà”, ora recuperata e sede della comunità CEBS.

    L’Americana (delle Suore Mariste)
    Proseguendo ancora verso nord si trova un’antica e prestigiosa casa padronale attorniata da uno stupendo parco di cedri del Libano ed altre specie di alberi secolari. Il nome deriva dalla proprietaria, la signora Cellina Botturi, che viveva in Argentina, e perciò americana, e periodicamente veniva con il marito a passare la bella stagione in Italia.
    Secondo quanto testimoniato dalla Signora Cellina, la villa fu vinta dal marito al gioco delle carte. Durante un viaggio di ritorno in America, il marito fu ucciso. La signora si stabilì definitivamente nella villa , che da lei prese il nome di “Villa Cellina Botturi”, meglio conosciuta come “Americana”. Alla fine degli anni cinquanta l’immobile fu ceduto alle Suore Mariste. La Villa ha origini ben più lontane. Fu casa padronale con allegati terreni coltivati risalente al XV secolo, infatti sul muro della facciata d’entrata si può notare il resto di un affresco con la data 1473 ed all’interno sotto il porticato uno stemma. Ad uno sguardo non attento la data sembrerebbe un 1273, ma non sarebbe coeva allo stile dell’edificio. Ad un più attento esame, fatto ingrandendo l’immagine, si può decifrare correttamente il 1473, data che giustifica lo stile del caseggiato, tipico dell’epoca. La scritta, sotto riportata, è di difficile decifrazione in quanto incompleta e rovinata da crepe o intonaco rifatto. Il graffito è una probabile dedica ad un reggente del re in Brescia o a memoria di un fatto legato al reggente nominato.
    Vicino all’Americana la vecchia trattoria “Da Pini”, meta degli amanti del ballo, e le cascine Masserdotti e Zanola. “Da Pinì” divenne poi Birreria 501.

    La Cascina Maggia (vedi articolo dettagliato)

    Cascina Lazzarino (già Palazzino)

    vedi articolo dettagliato

    Le notizie principali sono tratte dalla ricerca inedita di Romana Bertocchi e liberamente elaborate da P. Gaffurini.

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

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    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Palazzo Bersini “la casa rosa”

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012) (pag. 45-46). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    Il palazzo che si trova quasi all’uscita del paese, sulla sinistra in direzione di Castenedolo e che occupa i numeri dal 9 al 15 di via Bettole, appartiene da tre generazioni alla famiglia Bersini.

    Fu costruito nella seconda metà dell’Ottocento e rappresentava la casa padronale attorno alla quale si snodava poi la cascina provvista di abitazioni per affittuari e mezzadri, di stalle e di una corte centrale, formando così un vero e proprio quadrilatero. Oltre si estendevano i campi lavorati a maggese, frumento e granoturco, posti alcuni a destra ed altri a sinistra di un lungo sentiero sterrato costeggiato da un fossato e da grossi platani, chiamato da sempre “la strada delle vacche’.

    Ricordi di Federica Bersini

    Il primo proprietario del complesso fu un certo Conte B. di Milano, nonché illustre onorevole che qui trascorreva il suo tempo libero, lontano dalle occupazioni politiche e dal frastuono della vita cittadina. Era, in sostanza, la sua residenza di campagna, che tuttavia non condivideva con la famiglia bensì con l’amante, alla quale aveva affidato il controllo del palazzo in sua assenza e che raggiungeva non appena i gravosi impegni pubblici glielo consentivano. Si narra che dopo qualche anno il Conte sorprese la donna in compagnia di un altro, un certo “fra sercòt”, allora intenzionato ad intraprendere la strada conventuale e che invece, folgorato dal fascino di questa donna, capì quanto quell’incontro fosse stato per lui provvidenziale ed illuminante: decise infatti nel giro di poco di consegnarsi alla vita secolare e pare che in seguito sposasse la donna.

    I coniugi Lucia Ruggeri, originaria di Dello, ed il consorte Enrico Bersini, di Trenzano, acquistarono la proprietà, attratti anche dall’esteso parco che era da poco stato interrotto dal nuovo tracciato stradale (in precedenza infatti arrivava fino in via Lapidario) e che comprendeva un orto ed un frutteto. Lucia Ruggeri ed Enrico Bersini trascorsero qui il resto della loro vita.

    La cascina fu ben presto abitata da contadini e mezzadri che lavoravano i campi attorno ed allevavano il bestiame. Tra i primi vi abitarono i Gamberini, i Calestani ed i Doninelli, cui poi nel corso dei decenni subentrarono i Verzelletti (1961). gli ultimi a risiedervi prima della definitiva ristrutturazione della corte. Nel 1919 proprio nel palazzo nacque l’ultimo figlio dei coniugi, Pietro Bersini detto anche Lino, soprawissuto al tifo che si portò via il suo gemello a pochi mesi dalla nascita. Era Lucia Ruggeri la vera “risidora”, colei che si occupava del menage della casa. Era sempre lei che in tempi di grossi disagi, allestiva sotto il porticato una sorta di mensa per i più poveri, mentre il consorte Enrico, che non mancò mai di starle a fianco, distribuiva buoni che consentivano di acquistare del pane alla bottega. Le donne di casa erano impegnate nei lavori domestici, specialmente il bucato, eseguiti in tinozze di acqua bollente mescolata a cenere ed in seguito a lisciva. Nelle allora limpide e trasparenti acque del Naviglio, esse andavano a risciacquare la biancheria, mentre i ragazzi, nelle afose giornate estive, sempre qui trovavano conforto alla calura rinfrescandosi tra schiamazzi e risa. Si dice che, decenni prima, l’amante del Conte si fosse fatta costruire sulle sponde del Naviglio un gazebo posticcio che le permetteva di farsi il bagno indisturbata, senza essere vista. Sulle rive dello stesso canale, anni dopo si sarebbero ritrovate le ragazze figlie dei mezzadri, che qui si bagnavano e recitando la filastrocca:

    “acqua acquente, bevuta dal serpente, bevuta da Dio, lo bevo anch’io”

    sorseggiavano l’acqua dopo essersi fatte il segno della croce.

    Nei tempi della seconda guerra mondiale il palazzo fu spesso oggetto di visite frequenti, quanto inopportune, di soldati tedeschi, che qui avevano modo di ben rifornirsi e ben approvvigionarsi. Lucia non dimenticò di aiutare i fratelli più svantaggiati; lei come il marito erano profondamente devoti e conformi alla dottrina morale cristiana, tanto da rallegrarsi quando il penultimo figlio Francesco decise di prendere i voti entrando nell’ordine dei Gesuiti. In seguito divenne avvocato del tribunale ecclesiastico della Sacra Rota.

    Affresco interno del Palazzo Bersini

    Fu questa profonda spiritualità che portò, il 28 aprile 1945, Lucia Ruggeri a perdonare colui che forse senza intenzione, il giorno della sospirata liberazione sparando dalla strada, la colpì, con un proiettile che attraversò ben tre porte. La donna intenta ad ascoltare alla radio la lieta notizia non ebbe scampo.

    Negli anni sessanta il giovane Lino, dotato di spirito intraprendente, divenne l’artefice di un’impresa di costruzioni stradali che operava nell’intera provincia. Una volta sposato apportò varie migliorie alla casa, cambiando un po’ anche l’assetto delle stanze e dell’area esterna (giardino ed aia), pur mantenendo pressoché inalterata la struttura originaria del palazzo, confermando così il forte attaccamento ai ricordi ed alle tradizioni di coloro che lo avevano preceduto.
    Ora è Enrico, il suo secondogenito, ad occupare le stanze affrescate della “casa rosa’.

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012) (pag. 45-46). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La Fabbrica – il Cotonificio Schiannini

    La Fabbrica
    Piccolo agglomerato così chiamato per la presenza del Cotonificio Schiannini a ridosso del Naviglio Cerca del quale utilizzava le acque per la produzione di elettricità. La cascina Pagani, la cascina Colombini e il cascinale abitato dalla numerosa famiglia Albini, dagli Scalvenzi, dagli Alberti e Piovanelli completavano il nucleo.

    Il cotonificio Schiannini ha rappresentato per lunghi anni il più importante centro dell’economia a S. Polo, pertanto è significativo conoscerne brevemente la storia, l’evoluzione, la decadenza.
    L’Avv. Giulio Schiannini (per i Sanpolesi che lo conoscono è Giancarlo) ha svolto un’interessantissima ricerca sullo sviluppo dell’industria tessile nel bresciano, quindi anche sul cotonificio di S. Polo, a partire dalla prima metà dell’Ottocento.
    Il cotonificio sorse nel 1847 ad opera di due imprenditori milanesi : Giovambattista Bianconi e Giorgio Leixel, che per primi uscirono dal comprensorio tessile milanese-varesotto-comasco, per volgere lo sguardo verso un territorio, quello bresciano, ricco di acqua (Oglio, Mella, Chiese, Naviglio Grande) e quindi di potenzialità motrice per le nuove macchine industriali. Essi acquistarono in S. Eufemia, località S. Polo, un’antica “razzica” (segheria), nella quale già dal Duecento­-Trecento, si lavorava il legno proveniente dal Trentino. La “razzica” sorgeva su un canale ricavato dal Naviglio Cerca, a sua volta canale secondario del Naviglio Grande Bresciano, le cui acque provenivano dal Chiese.
    Fu la “prima fabbrica bresciana”.
    “Non poteva infatti esser considerato un insieme di fabbriche il coacervo di laboratori nei quali si svolgeva ancora la produzione metallurgica e quella meccanica nelle valli, né le filande ad andamento stagionale sparse nella pianura o le piccole concerie attive alle porte di Brescia e le cartiere gestite, lungo il Toscolano ed il Garza, da una miriade di minuscoli imprenditori secondo i criteri della gestione familiare” (2).

    La fabbrica fu costruita nel 1848 ma non entrò mai in funzione a causa di eventi storici (prima guerra di indipendenza, “dieci giornate di Brescia”) ed una profonda crisi del settore a seguito di tali eventi.
    L’opificio destò l’attenzione da imprenditore di Ercole Lualdi, che fu a lungo deputato del neonato Parlamento italiano, e nel 1852 rilevò la fabbrica di moderna concezione, sia nella struttura, sia nei nuovi criteri di sfruttamento dell’energia elettrica, sia per la dotazione di moderne macchine svizzere, austriache ed inglesi tecnicamente all’avanguardia: due turbine muovono un albero che attraversa verticalmente l’intero edificio costruito su diversi piani; ad esso fa capo un sistema complesso di trasmissioni, una selva di ingranaggi, pulegge e cinghie che raggiunge ogni macchina e la anima (3). Inoltre era “posto in luogo opportunissimo per vicinanza alla città e abbondanza di acqua”(4). L’industriale volle immortalare l’immagine della fabbrica ed incaricò a tale compito il pittore Luigi Ashton. ll quadro di notevoli dimensioni è tuttora visibile nello studio dell’Avv. Giulio Schiannini.

    Purtroppo anche l’opera del Lualdi è destinata ad attraversare un grande periodo di congiuntura ed alla sua morte nel 1890 la fabbrica è chiusa da cinque anni.
    A questo punto fanno la loro comparsa i fratelli Schiannini (Giulio, Alberto, Luigi), che nel 1892 rilevano la fabbrica e danno nuovo impulso all’industria del cotone. Essi aprono nel 1902 un cotonificio anche a Ponte S. Marco e per alimentare la fabbrica scavano dal Chiese un canale, che porta il loro nome ed esiste tuttora: il Canale Schiannini. Al cotonificio era annessa un’officina elettrica, da cui partì nel 1907 una linea che servì per l’illuminazione pubblica di Brescia.

    Dissapori fra i fratelli portò alla divisione della proprietà nel 1927: Luigi ed Alberto ebbero assegnato il cotonificio di Ponte S. Marco, Giulio il cotonificio di S. Eufemia (in S. Polo). Il cotonificio ebbe anni di intensa attività fino al dopoguerra, occupando oltre un centinaio di lavoratori di S. Polo

    Lo sviluppo delle fabbriche nella campagna, con il conseguente sfruttamento delle acque, portò a diverse controversie con i contadini, con proteste, anche vivaci, da parte di questi ultimi.
    «La storia del cotonificio di S. Polo è accompagnata da una leggenda e, come affermava ancora negli anni trenta del novecento il proprietario del cotonificio ex Lualdi, non fu mai troncata. I grossi proprietari terrieri credevano che lo stabilimento non lasciasse defluire le acque, quindi nei mesi di fine estate e di scarsa portata mandavano i contadini alla fabbrica per reclamare le acque, sostenendo addirittura che l’acqua entrando nelle turbine “si schissava” (si schiacciava)(5) Nel dopoguerra iniziò un lento declino fino alla chiusura a metà degli anni sessanta. La proprietà dell’immobile, in parte, è tuttora della famiglia Schiannini e grazie al notevole carteggio ivi rinvenuto è stato possibile al Dott. Giulio ricostruire l’interessante storia della “Fabbrica”.

    Il portone di ingresso nel 2025 (foto Giorgio Gregori 2025)
    Vista dall’interno del cortile (foto Giorgio Gregori 2025)
    Il Naviglio Cerca che lambisce il lato est, diroccato (foto Giorgio Gregori 2025)
    Il lato est (foto Giorgio Gregori 2025)

    Testimonianze di
    Orsola Gafforini, Romanina e Fausta (Gina) Massardi, Angela Roversi, Giulia Copetta.

    La filatura del cotone seguiva un preciso percorso, che partiva dalla balla grezza al filo ritorto o al tessuto. Il cotone veniva ripulito dallo sporco nel battitoio e trasformato in garza bianca (striscia stirata), poi negli stiratoi trasformato in grosse morbide corde. Passava quindi nei filatoi, dove, dalle rocche su cui era avvolta, la grossa corda veniva rimpicciolita sempre più. C’era quindi il passaggio al “rinc” e qui il cotone veniva trasformato in fili sottili sui fusi e quindi sui ritorti, dove veniva data la diversa consistenza, oppure passava alle “aspe” per la trasformazione in matasse. In un altro reparto il filo veniva trasformato in tela lavorata (ad esempio in salviette). C’era pure il reparto tintura. Il lavoro non era particolarmente pesante, ma richiedeva costante attenzione. La polvere era un problema.

    Le testimoni ricordano come uscivano dalla filanda, al termine del turno, imbiancate dalla stessa, emessa dal cotone nella fase di lavorazione. L’unica protezione era una cuffia in testa, usata dalle donne, i cui lunghi capelli potevano impigliarsi nelle macchine.
    Altro problema serio era il freddo invernale. L’ambiente non era riscaldato, per non seccare ed indebolire il cotone mentre veniva lavorato. I proprietari fornivano comunque delle stufette per attenuare il freddo. La maggior parte del personale era composta da donne; i pochi uomini erano addetti soprattutto alla manutenzione dei macchinari ed impianti. Capitava anche che alcune lavoranti venissero chiamate a prestare servizio nella casa padronale, incarico accettato volentieri.
    I rapporti sindacali, per dirimere le questioni contrattuali con i titolari, si risolvevano solitamente senza contrasti e con reciproca soddisfazione. Il rapporto con i datori di lavoro era ottimo . Gli Schiannini erano sempre disponibili verso i dipendenti e non disdegnavano, specie negli ultimi tempi di crisi, di lavorare al loro fianco. In tale periodo spesso i dipendenti ricevevano solo un acconto per mancanza di liquidità da parte dell’impresa.
    I proprietari organizzavano frequentemente gite gratuite per i dipendenti (Genova, Madonna di Campiglio…). Ogni lavoratore aveva il proprio reparto ed il proprio turno e nessuno era invidioso dell’altro. Questo cementava il loro già buon rapporto. Gli uomini facevano spesso i “galletti” con le donne, ma senza esagerare.
    Fra tutti gli uomini le signore ricordano con particolare dolcezza Fausto Albini , persona di grande rettitudine, disponibilità e comprensione verso le donne.
    Un bel ricordo hanno anche dei figli dei datori: Giulio (conosciuto come Giancarlo), Alessandro e Romano, che spesso si intrufolavano fra le lavoranti con grande divertimento per tutti.
    In questo ambiente non sono mancati aneddoti divertenti.
    “Era morto il cagnolino della signora Carola Schiannini e Fausto Albini eseguì un vero e proprio funerale, trasportandolo alla sepoltura su una carriola, fra i pianti della signora”.
    “I fusi erano contenuti in grandi e profondi cassoni dai quali le lavoranti li prelevavano. Quando il cassone era quasi vuoto, capitava che un’operaia, nel chinarsi a prelevare i fusi, vi cadesse dentro a gambe levate, fra le risate delle compagne che andavano a prelevarla”.
    “Poteva capitare che a causa di un forte temporale l’elettricità improvvisamente venisse a mancare. Erano momenti di allegria e divertimento nell’attesa che gli addetti individuassero e riparassero il guasto, meglio se tardavano”.

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    integrazione di Giorgio Gregori:

    Il cotonificio Schiannini si trovava in Via Canneto 11, nella località di Sant’Eufemia, Brescia. Anche se oggi è parte dell’area urbana, storicamente questa zona era vicina al quartiere San Polo. Il nome completo era : Filatura e ritorcitura cotone e lana Carlo Alberto Schiannini.

    Epoca di costruzione: Risale al 1860. L’edificio era strutturato attorno a un cortile chiuso su tre lati, tipico delle architetture industriali dell’epoca. Attualmente parte dell’edificio è stata ristrutturata e adibita ad abitazioni. La parte a est invece, che costeggia il Naviglio Cerca, è in rovina. Non sono riuscito ad individuare il punto del canale dove era la ruota di trasmissione. Ringrazio Guglielmo Pagani che durante il nostro colloquio mi ha chiarito vari dubbi.

    in questa immagine da Google Earth, è chiara la struttura dell’edificio, lambito sulla destra dal Naviglio Cerca. Nei pressi, il Laghetto Canneto, che fa parte del Parco delle Cave.

    Hai riscontrato inesattezze, vuoi approfondire qualche tema, hai altre immagini? Lasciaci un commento a memoriasanpolo@gmail.com, Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Le vie di comunicazione

    Il territorio di S. Polo confina a nord-ovest con via Foro Boario, a nord-est con S. Eufemia, a sud con Bettole e Castenedolo, ad ovest con Borgosatollo, Volta e Porta Cremona.


    La viabilità a San Polo fino agli inizi del secondo dopoguerra


    La strada principale, detta “lo stradone”, partiva dalla città e, tagliando a metà la frazione di San Polo, portava nel mantovano; la toponomastica la indicava appunto come via Mantova.

    (foto dal volume di Primo Gaffurini “come eravamo”)

    Fiancheggiavano lo stradone i binari del tram che collegava Brescia a Montichiari (vedi più sotto al punto 7)

    Altre strade erano la via Maggia, che portava alla frazione Volta; le vie Vittorio Arici e Fiorentini conducevano a Sant’Eufemia; Borgosatollo era raggiunto attraverso le vie Cadizzoni e Finiletto; alla località Fenarola portavano le vie Casotti e Lapidario, infine la via Ponte conduceva alla Campagna.

    Oltre a queste vie erano presenti altri sentieri o stradicciole di campagna utilizzate abitualmente per recarsi al lavoro nei campi e per gioiose passeggiate all’aria aperta. Ne citiamo alcune:

    • il sentiero delle “montagne russe”, che dalla fine di via Ponte proseguiva fino alla chiesetta della Fusera;
    • Il sentiero delle “masuchine” (fiori del croco), che dal fondo di via Chioderolo, coperto dagli alberi e ingentilito dal profumo dei fiori primaverili e dal mormorio della acque del vicino Naviglio, proseguiva fino alla Chiesa delle Gerole;
    • la strada delle “ache” (vacche) che dal giardino dei “musigni” (frutti degli alberi di tasso), si inoltrava in un lungo viale alberato e terminava alla Chiesa di Buffalora in via San Benedetto;
    • la via dei “discaric”, che dalla via Arici portava ai “discaric”, una chiusa sul Naviglio, che portava acqua al Cotonificio Schiannini ed in estate era meta gradita ai ragazzi per i bagni.


    La viabilità oggi


    Nei nostri giorni S. Polo è collegato alla città dai diversi servizi pubblici, su vie di comunicazione efficienti e moderne. Alcune strade e sentieri sono scomparsi, per far strada a costruzioni e villaggi, altre sono rimaste, completamente cambiate per adeguarsi alle nuove esigenze. Rimane un po’ di nostalgia dei filari di platani che costeggiavano via Arici o di gelso della via Fiorentini, o degli ampi spazi prativi verso Brescia, ma il progresso ha un suo prezzo da pagare.

    1. Via S. Polo-Via Bettole (lo “stradone”) SP236 Goitese
      S. Polo è attraversato da nord a sud dalla via S. Polo poi diventa via Bettole, che poi prosegue verso Mantova, la ex statale 236 Goitese (SS 236), oggi Strada Provinciale BS 236 nel bresciano, SP 236 nel mantovano. Essa venne realizzata agli inizi del XIX secolo da Napoleone Bonaparte, per favorire gli spostamenti delle truppe e dei carriaggi dalla fortezza di Mantova verso il nord e fu perciò chiamata Strada Napoleonica interprovinciale Mantova-Brescia. Dal 2001 la gestione della ex SS 236 è passata dall’ ANAS alla Regione Lombardia, che ha ulteriormente devoluto le competenze alle provincie di Brescia e Mantova. Non esistendo in Lombardia la classificazione di Strada Regionale, la ex SS 236 è diventata strada provinciale SP 236, con ulteriori denominazioni nei vari tratti (via S. Polo, via Bettole…).
    2. Via Lucio Fiorentini
      Dalla SP236 Goitese si snoda verso est fino al cimitero di S. Eufemia, attraversando le Case di S. Polo. La via è intitolata al Dottor Lucio Fiorentini, patriota legato al Comitato insurrezionale e combattente a Porta Torrelunga (oggi Piazzale Arnaldo) durante le “Dieci giornate” di Brescia dal 23 marzo al 1 aprile 1849.
      Nato a Vestone nel 1829, fu compagno d’infanzia di Tito Speri, con il quale partecipò alle dieci giornate citate, durante le quali salvò la vita ad alcuni feriti austriaci, che qualche facinoroso avrebbe voluto eliminare. Al termine della guerra di indipendenza del 1859 rientrò in patria dal Piemonte, in cui era esule. Dopo il 1859 la Lombardia, che fino a tale anno era parte del Regno Lombardo-Veneto sotto l’Austria, divenne parte del Regno d’Italia. Iniziò la sua carriera nell’amministrazione statale fino a diventare prefetto a Sassari nel 1882 ed a Bergamo 1885-1891. Nel 1901 fu nominato senatore, ma mori l’anno dopo, 1902.
    3. Via Vittorio Arici (ex Strada comunale della Razzica)
      Dal centro di S. Polo storico, dalla SP Goitese si snoda fino alle Case, intersecando la Via L. Fiorentini. La via è stata intitolata nel 1931 al benefattore Vittorio Arici di S. Eufemia, che lasciò l’immobile di sua proprietà, l’ex Palazzo Truzzi, alla Congregazione di carità di S. Eufemia con fini filantropici. Prima del 1931 la via portava il nome di “Strada comunale della Razzica” (“Rasega”). Infatti sul Naviglio Cerca (detto anche Roggia Resegotta) sorgeva una “razzica” (segheria), poi diventata mulino ed infine Cotonificio Schiannini. Il proprietario del cotonificio chiese che la via portasse il nome di Ercole Lualdi, il fondatore del cotonificio, forse la prima vera fabbrica bresciana, ma non ottenne il desiderata dal comune di Brescia, che nel frattempo si era annesso quello di S. Eufemia.
    4. Via Ponte
      Presso il ponte sul Naviglio Cerca, inizia la via Ponte, che dalla Goitese, attraversando il Borgo, si inoltra fra i campi verso sud, collegando il centro di S. Polo con le cascine e le cave oltre il Borgo. Come si può facilmente intuire, la via prende il nome dal ponte sul Naviglio Cerca posto sulla Goitese e da cui inizia la via stessa.
    5. Via Cadizzoni
      Dalla Goitese si inoltra da est ad ovest verso la campagna congiungendo il centro con le cascine fino alla località Gerole. Il nome “Cadizzoni” deriva da “Cà de Zoni” (casa degli Zoni) dal nome della famiglia Zoni, anticamente proprietaria della cascina omonima.
    6. Via Lapidario (prosegue in Via Casotti)
      Dalla via Ponte, al Borgo, proseguono verso sud, congiungendo il centro con le varie cave di sabbia ed il Dancing “Paradiso”; svoltando a destra c’è il Lago Gerolotto nel Parco delle Cave, a sinistra si va al Lago delle Bose: Via Casotti termina incrociando la via Santi, che porta a Borgosatollo. Risalire all’origine della toponomastica di luoghi
      o vie, quando l’origine si perde nel tempo, è sempre molto difficile e spesso non v’è traccia documentaria di ciò. Si può ipotizzare per la denominazione “Lapidario” l’esistenza nei paraggi di una lavorazione di lapidi o simili. Dal medioevo, in special modo, ma già prima, i nomi di persone o luoghi facevano spesso riferimento al lavoro svolto da queste o alla loro provenienza o ad un patronimico (es.: Ferrari, coloro che lavoravano il ferro; Bresciani, che provenivano da Brescia; Alighieri, della famiglia di Alighiero; Cesari da Cesare; Casari che lavoravano il latte, dal latino “caseum” ecc.). La via Casotti fa supporre che nella zona esistessero casupole adibite a ricovero degli attrezzi contadini, se non addirittura, come più probabile, catapecchie (casotti) abitate da famiglie molto povere.
      Alle vie storiche di S. Polo, se ne sono aggiunte molte altre, con l’espandersi del centro abitativo ed il sorgere del villaggio “La Famiglia” (via Ostiglia, via Canneto, via Piadena …).
    7. Il tram a S. Polo
      Fino al 1952 per S. Polo passava la tramvia o semplicemente il “Tram”, che univa la città di Brescia con Castiglione delle Stiviere. Il tratto Brescia-Montichiari-Castiglione fu inaugurato il 25 giugno 1882. Nel 1911 fu costruito il tratto Montichiari-Carpenedolo-­Castiglione. La costruzione della tramvia non fu semplice; c’erano da superare diversi problemi: il livellamento del saliente Castenedolo, le frequenti esondazioni del Garza in zona S. Polo, il ponte sul Chiese a Montichiari. Le esondazioni del Garza creavano danni a tal punto che nel 1893 il Tribunale condannava l’amministrazione provinciale a pagare i danni alla belga Societé Anonyme, che gestiva la tramvia. Nel 1899 si innalzò la strada dall’imbocco per Mantova fino a S. Polo, rinforzando gli argini del Garza e risolvendo il problema delle esondazioni. Nel 1896 fu costruito il ponte sul Chiese a Montichiari.
      La tramvia funzionava con motrici a vapore fino al 1932. Tra il 1932 ed il 1934 fu installata la catenaria fra Brescia e Carpenedolo per l’impiego di elettromotrici. Verso gli anni ’30 del Novecento la tramvia Brescia-Mantova perse progressivamente interesse e fu gradualmente dismessa, tanto che dal 1932 funzionava solo il tratto Carpenedolo­Montichiari-Castenedolo-Brescia. Nel luglio del 1952 furono sospese anche le corse della Brescia-Carpenedolo ed i binari furono rimossi fra luglio ed ottobre dell’anno successivo.
    8. Mezzi di trasporto “speciali”. Nel dopoguerra era attivo a S. Polo il trasporto persone a mezzo autocarri, per lunghi tragitti. Il cassone di un autocarro, adibito solitamente al trasporto sabbia, veniva coperto da un telone e dotato di panche fissate alle pareti su cui sedevano i viaggiatori.
      Diventava un vero e proprio servizio trasporto persone ed era effettuato dai possessori di autocarri (i mitici “Dodge” eredità dell’esercito americano alla fine della seconda guerra mondiale, 1945).

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringraziano gli autori che ne hanno concessa la riproduzione.

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Le vie d’acqua

    I corsi d’acqua più importanti che interessano San Polo sono due: il Garza ed il Naviglio.

    In questa cartina del 1722 vengono evidenziate le vie d’acqua del bresciano. Il Naviglio Grande inizia da Gavardo (Guardo) , arriva a Brescia passando tra S. Eufemia e S. Polo (S. Paolo) per poi affluire nell’Oglio a Canneto.


    Il Garza
    «Nasce nel Comune di Lumezzane, a circa metà strada fra Lumezzane ed Agnosine e percorre in successione la Val Bertone, la Valle del Garza, area di interesse storico che prende il nome dal corso d’acqua, e la Bassa Val Trompia. Attraversa i territori comunali di Caino, Nave e Bovezzo e, seguendo il percorso della Statale 237 del Caffaro, giunge fino a Brescia. Il torrente aggira il percorso delle antiche mura venete si allontana all’altezza di Canton Mombello per poi affiancare la Statale 236 Goitese e giungere presso il quartiere di S. Polo. Prosegue il suo percorso lungo l’alta pianura bresciana, attraversando i territori comunali di Borgosatollo, Castenedolo e Ghedi, dove si spaglia presso la località Santa Lucia (*). Fino al Cinquecento il Garza attraversava le vecchie mura medioevali lungo via S. Faustino, passando sotto la chiesa di S. Agata, ove si può osservare la traccia di un’arcata in mattoni: qui esisteva un porticciolo-attracco (verificare) . Fra Cinquecento e Seicento furono costruite le mura venete.

    Il Garza fu deviato intorno alla mura venete solo nel 1797. Franco Robecchi, nel volume “Il Garza e Brescia”, descrive come il Garza arrivò a San Polo.

    ” Non sembra che sia stato scavato, oltre il punto di sbocco del nuovo Garza al Canton Mombello, un nuovo e apposito alveo. Le poche notizie disponibili accennano tutte all’immissione del Garza nel cavo del canale Canevrella, forse un poco ampliato. La Canevrella era un piccolo corso d’acqua artificiale che giungeva al baluardo Mombello dopo aver fiancheggiato le mura orientali della città a partire dalla zona della Porta di Torrelunga. Vi perveniva dall’attuale Piazza Tebaldo Brusato, come scarico della fonte centrale, alimentata da un acquedotto poco noto, nella storia bresciana, che veniva alimentato dalla fonte di Rebuffone.

    A Canton Mombello, quello che è rimasto delle possenti mura che circondavano Brescia. Sulla destra, il Garza che poi si inabissa verso Via Mantova.


    Il Garza proseguì il suo cammino affiancando la strada diretta a Mantova, sul lato destro, mentre il Naviglio Grande scorreva sul lato sinistro della stessa via. Al ponte anticamente detto di Donna, o Madonna, Alda, all’incirca presso l’attuale Viale Piave, il Naviglio, nel 1830 definito “Naviglio nuovo”, passava sul lato destro della via e assorbiva, quindi, la Canevrella e con essa, ora, anche il Garza. Il Garza, fuso al Naviglio, proseguiva quindi il suo corso sino all’abitato di San Polo e di lì, ancora approfittando di alvei già esistenti, abbandonava la strada mantovana per imboccare, come si scriveva nella citata relazione del 1830, “il canale detto il vecchio Naviglio che progredisce sino a S. Zeno, Ghedi, ecc.”. L’informazione è molto interessante perché dà risposta ad una domanda che pure resta in buona parte insoddisfatta. Ci si chiede, infatti, quale progetto abbia seguito l’innovazione della clamorosa deviazione del torrente Garza, quale percorso si fosse predisposto per il corso d’acqua, in quale alveo e per quali ragioni. La vicenda del nuovo Garza pare, quindi, sovrapporsi a quella dell’antico Naviglio, anche per il tratto a valle dell’abitato di San Polo. Pare che, sino agli anni Trenta del Novecento, il Garza, a partire da San Polo, seguisse l’alveo del Naviglio di San Zeno, giungendo all’omonima località, per coincidere poi con il Naviglio di Ghedi e Isorella. La carenza documentaria, dovuta alla dispersione di gran parte del materiale archivistico relativo agli ultimi anni del XVIII secolo e ai primi del secolo successivo non ha consentito, sinora, un chiarimento totale di questi problemi. Va anche ricordato che il Naviglio Grande non era completamente estraneo neppure anticamente al Garza, sempre attraverso il ramo di San Zeno, che tendeva, inoltre, all’antico alveo del Garza. L’andamento, quindi, del Garza dopo la deviazione di fine Settecento aveva ancora qualche riferimento all’antico alveo del medesimo torrente” (Robecchi, Il Garza e Brescia, pagg 68-69).

    Da approfondire la storia dell’ipotesi su un antico porto romano di Brescia, situato in Via Mantova, dove c’è oggi il grattacielo K2: negli anni ’50 creando le fondamenta del grattacielo era stato ritrovato vario materiale. Studi successivi hanno escluso questa ipotesi, troppo ottimistica, che avrebbe dato una risposta su come sarebbe stata trasportata in epoca romana la sabbia da San Polo alla città. Fino al 1200 in Via Mantova NON transitava nessun fiume, poi arrivò il Naviglio Grande e ai primi dell’800 il Garza. Quindi, fino almeno al 1200, la sabbia veniva trasportata coi carri.

    Il Naviglio grande
    «La struttura del Naviglio è molto complessa. Nonostante non vi siano soluzioni di continuità lungo tutto il percorso, il canale cambia notevolmente la sua morfologia per la presenza di derivazioni secondarie che riducono o aumentano la sua portata. Le diverse denominazioni che il canale possiede lungo il suo cammino segnalano questi cambiamenti morfologici: Naviglio Grande Bresciano, Naviglio Cerca, Canale Naviglio, Naviglio S. Zeno, Naviglio Inferiore, Naviglio Isorella, Canale Naviglio (o seriola Aspiana) (Tratto da: Wikipedia)
    Nei pressi di Canneto Sull’Oglio si immette nel fiume Oglio. Il suo percorso, dalla nascita a Gavardo all’immissione nell’Oglio a Canneto, è fatto di diramazioni, spagli, riunione di rogge in cui si era diviso, impoverimenti di portata e nuovi arricchimenti di portata, specie nella bassa pianura per opera dei fontanili.


    Naviglio Cerca (detto anche Roggia/Seriola Resegotta)
    Nasce a S. Eufemia da una diramazione del Naviglio Grande Bresciano e va verso S. Polo.

    In questa immagine da Google Earth, nel cerchio rosso ho evidenziato il punto nel quale a S. Eufemia si dirama il Naviglio Cerca.

    Da S. Eufemia prosegue per Sanpolino e S. Polo Vecchio toccando il cotonificio Schiannini alla Fabbrica, dividendosi poi in due tronconi presso il ponte di via Ponte: uno passando accanto alla via Chioderolo si immette nel Garza, ma prima si divide nel canale che, sottopassando il Garza tramite il “salt del gatt”, serviva il Mulino e poi la campagna delle Gerole e nei pressi di Piffione si spaglia nella campagna; l’altro troncone, la “Sampolä”, prosegue costeggiando la via Ponte (oggi è completamente coperto); sotto passa il Garza con un “salt del gatt”, simile a quello del Chioderolo, in località “Fontana” e si spaglia nella campagna di Borgosatollo. La località “Fontana”, al Borgo in via Ponte presso il ponte del Garza vicino alla Colombera, è così chiamata perché anticamente c’era una risorgiva, che dava acqua fresca e pura. Altri tempi, in cui le “surtie” (falde acquifere) eran poco profonde e non inquinate.

    Il “salt del gatt” è un sottopasso di un torrente ripetto a un altro. Esso è basato sul principio dei vasi comunicanti e consiste in un canale in cemento scavato sotto il letto di un altro torrente, lo attraversa riemergendo dalla parte opposta. Vale la pena ricordare che anticamente il canale Naviglio ed il torrente Garza erano navigabili da piccole imbarcazioni e chiatte, adibite al trasporto di merci e materiale (es.: la ghiaia dalla zona di S. Polo per la costruzione di edifici e mura della città).

    Nella immagine da Google Earth, in rosso il punto del “salt del gatt” in Via Chioderolo
    Il Naviglio Cerca (in primo piano) prima del “salt del gatt” si divide in due (foto Giorgio Gregori 2025)
    Il “salt del gatt”. In primo piano il Naviglio Cerca che riemerge dopo essere passato sotto il Garza. La cascata è quella parte del Naviglio che si getta nel Garza (la parte a destra nella foto precedente) (foto Giorgio Gregori 2025)
    Il Naviglio Cerca, riemerso dal “salt del gatt”, dopo pochi metri viene diviso per alimentare la ruota del mulino (foto Giorgio Gregori 2025)
    Il vecchio mulino di Via Chiodarolo, ormai in disuso. (foto Giorgio Gregori 2025)


    le Cave, i laghetti
    San Polo è la località dei “mille laghetti” per i numerosi specchi d’acqua formatisi dalla escavazione della sabbia utilizzata per le costruzioni edilizie.
    La sabbia, di cui il nostro sottosuolo è tanto ricco, è l’eredita dell’ultima azione di erosione dei fiumi dalle montagne, azione durata milioni di anni, che hanno portato alla formazione della Pianura Padana, di cui il nostro territorio fa parte.
    Anticamente l’escavazione avveniva con “pic e badìl”, cioè a mano ed il lavoro di escavazione era preceduto dal “disquarciare”, cioè dal togliere lo strato di terra che ricopriva, e ricopre, la ghiaia affinché non si mescolasse ad essa. Il lavoro di escavazione si fermava non appena si raggiungeva la “sortiif’ (falda acquifera).

    A partire dagli anni ’50 furono costruite le “draghe”. Carrelli d’acciaio venivano lasciati cadere dall’alto di una tramoggia sul fondo della cava e trainati da funi d’acciaio con carrucole situate sulla tramoggia, estraevano sabbia, lavata nel tragitto del carrello sott’acqua.

    Il nuovo impianto di escavazione F.lli Rezzola. In alto a destra l ‘impianto vecchio. Sotto: la cava Gaffurini (inserire le foto)
    Le prime imprese di escavazione furono quelle di Lino Bersini, Alghisi, Arici, Salvi, Leoni, “Paletä”, Gaffurini, Ottavio Rezzola …
    Oggi sono molte di più, molto più grandi e con impianti di escavazione ultramoderni: Stabiumi, Sergio Gaffurini, Franzoni, F.lli Rezzola … la lista sarebbe lunga.

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.


    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Le alluvioni


    Premessa (aggiornata al 2026_01)

    Il Piano di Gestione Rischio Alluvioni (PGRA) è lo strumento operativo previsto dalla legge italiana, in particolare dal d.lgs. n. 49 del 2010, che dà attuazione alla Direttiva Europea 2007/60/CE, per individuare e programmare le azioni necessarie a ridurre le conseguenze negative delle alluvioni per la salute umana, per il territorio, per i beni, per l’ambiente, per il patrimonio culturale e per le attività economiche e sociali. Esso deve essere predisposto a livello di distretto idrografico.

    Il PGRA del distretto idrografico padano, redatto dall’Autorità di Bacino del Fiume Po, è stato approvato con DPCM del 27 ottobre 2016.

    Successivamente, con DGR 6738 del 19/06/2017, Regione Lombardia ha approvato le Disposizioni concernenti l’attuazione del PGRA nel settore urbanistico e di pianificazione dell’emergenza, definendo la normativa che i Comuni devono applicare nella fase transitoria, fino all’adeguamento degli strumenti urbanistici comunali.

    Il Comune di Brescia, con deliberazione di Giunta Comunale n. 763 del 6 dicembre 2016 ha avviato il procedimento di adeguamento della Componente geologica del PGT al PGRA e con delibera di C.C. n. 34 del 16.04.2018 PG 88759 (Pagine informative) ha adottato la variante.

    Per ulteriori approfondimenti si possono consultare:

    Il Sito internet di Regione Lombardia dedicato al PGRA dal quale è possibile accedere alla cartografia del PGRA e agli atti deliberativi di adozione e approvazione del dello stesso e della variante normativa al PAI.

    Le Norme di Attuazione del PAI (NdA PAI)

    Il Sito internet dell’Autorità di Bacino del Fiume Po dove è possibile consultare i PGRA.


    Il 1950 è tristemente ricordato per le disastrose alluvioni che colpirono il Polesine.
    Anche San Polo ebbe, purtroppo, il proprio Polesine con le alluvioni dell’ex cava di via Vittorio Arici e del Chioderolo, causate dall’esondazione del Naviglio e del Garza.

    Alluvione ex cava via Arici
    Ricordi di Primo Gaffurini
    “AI tempo lo via Arici era una strada sterrata di campagna, che si snodava fra due filari di alti alberi (soprattutto platani, ma anche olmi, ontani e salici) e delimitata da due canali irrigui (fossi). Seguendo un percorso, che rispecchia l’attuale, costeggiava nel tratto iniziale una vasta depressione, oggi quasi completamente occupata da abitazioni, che era una ex cava dismessa alla fine degli anni ’40. Persisteva una sola piccola cava, lo “draga” Alghisi, che funzionava con il carrello a fune, che dragava lo sabbia sotto il livello della falda acquifera, formando il caratteristico laghetto da cava, di cui era, ed è, costellato il suolo di San Polo. Allegato alla draga lo ditta Alghisi aveva anche un frantoio per lo produzione di bitume per l’asfalto delle strade. La cava si estendeva verso sud fino all’argine della “fossa”, un canale di derivazione dal Naviglio.
    A detta di molti, all’epoca, l’eccessiva vicinanza dell’escavazione all’argine, lo indebolì e fu concausa del disastro awenuto. La depressione si estendeva a sud della via Arici dalla casa dei Pagani (ramo del “Borgo”) fino alla casa dei Cantaboni. Fra queste due abitazioni ve n’erano poche altre: lo casa dei Ghidoni (oggi Zanoni), lo casa dei Gaffurini {Gino} e lo casa degli Spagnoletti.
    Tali abitazioni erano costruite sul fondo della depressione ed avevano lo parte abitata a livello della strada, tranne lo nostra casa (Gaffurini), abitata nella parte bassa perché non era ancora stato costruito il piano a livello strada.
    L’autunno del 1950 fu caratterizzato da piogge torrenziali, che provocarono l’esondazione di vari fiumi. Tra questi anche il Naviglio. In via Arici riversò le proprie acque nella depressione ex cava, iniziando ad erodere l’argine della “fossa”, finché, in piena notte, cedette e le acque del Naviglio invasero lo depressione. Quella notte, sotto una pioggia torrenziale, con il fosso passante davanti a casa che straripava creando un torrentello lungo lo rampa di accesso alla nostra abitazione e l’acqua del Naviglio che iniziava ad invadere lo casa, fummo costretti ad abbandonarla. Caricammo le nostre povere e poche masserizie sul “Dodge” di “Bigiolu” Cantaboni e ci rifugiammo dai nostri parenti. “
    Il giorno dopo agli occhi di chi passava in via Arici si presentava l’angosciante spettacolo di un lago su cui galleggiavano le cose non portate in salvo dalla nostra casa e dalle cantine delle altre abitazioni: tutta lo depressione era invasa da tre metri d’acqua. Solo dopo oltre un anno, riparato l’argine della “fossa”, potemmo ritornare a lavorare alla nostra casa per costruire il piano superiore. La “fossa”, il cui argine cedette, iniziava ad est del Cotonificio Schiannini, in località “discaric”, ove esisteva una chiusa che permetteva l’immissione dell’acqua del Naviglio nella “fossa” stessa. Essa alimentava turbine per lo produzione di energia elettrica per il Cotonificio e si ricongiungeva con il Naviglio poco oltre lo cava Alghisi.
    Nella striscia di terra compresa fra Naviglio e “fossa” sorgevano il Cotonificio, la “Fabbrica”, piccolo nucleo di abitazioni di buona parte degli operai del cotonificio e un terreno coltivato.

    “El salt del gatt” il “salto del gatto” inserire immagine
    Nella parte terminale della striscia di terra di mezzo si era formato un cuneo boschivo: “la cuä” (coda) o “Boschetta”, regno di giochi di noi ragazzi della via Arici. Vi si accedeva, per i più coraggiosi, tramite una “liana” volante formata da vecchi copertoni di bicicletta, appesa ad un albero. La “fossa” (larga circa due metri), si superava al volo aggrappati alla “liana’: Non erano infrequenti i bagni dovuti ad errato calcolo dello stacco. Il calcolo matematico si sperimentava anche così. Nella “boschetta” “Gino Gafurì” in autunno al momento della “pasadä” (passo, migrazione) degli uccelli, erigeva il suo capanno da caccia, la cui costruzione era demandata a noi ragazzi, con nostra grande soddisfazione!!.

    Allagamento Chioderolo
    Nello stesso periodo il Naviglio esondava anche al Chioderolo, piccolo agglomerato di case ad nord-est del Borgo che sorge proprio all’incrocio fra Garza e Naviglio. Prima del ponte sul Garza esisteva, ed esiste tuttora, un attraversamento a sifone “el salt del gatt” (salto del gatto), un sistema di comunicazione dei canali, basato sul principio dei vasi comunicanti. Il Naviglio confluisce nel Garza al Chioderolo. Pochi metri prima della confluenza si divide formando un canale che sotto passa il Garza, appunto “el salt del gatt”. Questo canale andava poi ad azionare la ruota del mulino delle famiglie Bandera.

    la ruota del mulino, ormai non funzionante (foto Giorgio Gregori 2025)

    Negli autunni molto piovosi Garza e Naviglio esondavano, allagando le vicine case, che erano ad un livello inferiore alla strada.
    Dalle memorie di Renato Lelio Saetti:
    “L’attuale sponda del Garza era molto più bassa dalla parte della nostra casa. Quando Garza e Naviglio esondavano lo nostra casa era invasa da oltre un metro d’acqua. Si cercava di fermarla chiudendo lo porta, ma lo forza era tale che lo sfondava irrompendo in casa con una violenza da far paura. Per ovviare a questi frequenti disastri, dapprima mio padre costruì davanti alla porta d’ingresso una chiusa con guarnizioni, che potesse resistere alla furia dell’acqua.

    La confluenza del Naviglio nel Garza al “salt del gatt” in Via Chiodarolo (foto Giorgio Gregori 2025)

    Il sistema funzionò in parte. All’interno si rimaneva isolati e si doveva buttar fuori a secchi l’acqua che si infiltrava, ma i danni erano meno rilevanti. Era poi costruita una passerella di assi e cavalletti, che dalla strada arrivava alle nostre finestre: attraverso questa passerella la gente ci portava gli alimenti, finché le acque del Garza, diminuendo di livello, defluivano dal brolo che circondava lo nostra casa.

    Più avanti negli anni innalzammo a spese nostre e delle famiglie Bandera, interessate dallo stesso preoccupante fenomeno, le sponde del Garza, ponendo fine all’angoscia che ci prendeva ad ogni autunno e, soprattutto, ai disagi e danni derivanti”

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Il Palazzo del Mago

    Nel “palass del mago” un concentrato di storia
    di Don Angelo Cretti

    Al n. 255 di via S. Polo, si impone un palazzo rinascimentale; è inconfondibile, un 1500 puro con tutti i colonnati al posto giusto.
    A S. Polo il suo nome è uno solo, nessuno ne conosce un altro : “El Palass del Mago’.
    Uno dei tanti toponimi popolari, uscito forse da un banale fatto di contrada o da un nomignolo affibbiato a qualche residente un po’ eccentrico, o da qualcosa di più serio, chi lo sa?
    Comunque fino al Catasto Napoleonico portava il nome signorile di “S. Paolo” e pare conglobasse in una unica proprietà, anche la cascina gestita dai Lorini, altro complesso architettonico di grande interesse.
    Il Palazzo, con la attigua chiesetta, ha dato il nome al quartiere. S. Polo non è certamente derivazione del francese “Paul”, ma del veneziano “Polo”, come il classico Marco Polo; uno dei sestieri (quartieri) di Venezia porta ancora il nome S. Polo. In secondo luogo il complesso riassume tutta la storia del quartiere dal medioevo ad oggi.
    Il complesso congloba la chiesetta, prima parrocchiale di S. Polo, carica di una lunga storia, spesso travolta da vicende infelici. Oggi ridotta a ristorante, non conserva della sua struttura originale che alcuni resti medioevali sul cortile interno del palazzo ed un grazioso campanile rinascimentale.

    Analisi della facciata
    Ad uno sguardo superficiale della facciata risultano evidenti due elementi: un bel portale a finti conci ed un elegante portalino ornato da losanghe a taglio di diamante in botticino, sormontato da un grazioso poggiolo in botticino su mensole e ringhiera panciuta in ferro battuto. La struttura alta del palazzo presenta tre elementi degni di nota : uno spigolo ad intonaco imitante pietre intrecciate, i doccioni, miseri resti di antichi mostri in ferro battuto ed un elegante comignolo, tutto in perfetto stile rinascimentale.
    Ad uno sguardo più attento la facciata dice molto di più: innanzitutto era finita a malta fine, bianca, che emerge ancora in più punti sotto due o tre strati successivi di intonaci. In secondo luogo uno spigolo in medolo (spigolo nord), un portale romanico troncato sul lato destro dal portale cinquecentesco ed infine due screpolature verticali, segni delle successive fasi di costruzione. Partiamo dallo spigolo nord. Sempre più evidente, in seguito alle continue sbrecciature, appaiono i grossi medoli squadrati, legati a croce, che formano lo spigolo più antico della costruzione. Da qui parte il primo abitato per un tratto di circa 10 metri, con pietre vagamente a strati paralleli, appena visibili sotto gli intonaci.
    Esso comprende: il grosso spigolo a medoli incrociati, un grazioso portale con spalla in pietra, ghiera di mattoni e bardelloni, ma purtroppo troncato sul lato destro dal più evidente portale del ‘500.
    Tutto fa pensare all’XI secolo. Non va però dimenticato il piccolo resto di affresco a figure geometriche sullo stipite dell’arco romanico. A pochi metri a destra del grande portale del rinascimento, la prima screpolatura in senso verticale con tracce di spigolo in medoli intrecciati, probabilmente limite della prima costruzione.

    Seconda fase di costruzione
    La seconda fase di costruzione è databile tra il XIII ed il XIV secolo. Si estende in facciata per uno spazio di 4-5 metri, è interamente composta da pietre rotonde, ciotolo grosso di fiume, disposto a spina di pesce in strati paralleli ed una finestrella strombata dai contorni in mattone, oggi murata.

    Terza fase di costruzione
    Altra screpolatura indicante congiunzione di fabbricato e siamo alla terza fase di costruzione, quella preponderante. E’ la fase del 1500, con elegante portalino al centro e finte pietre agli spigoli.

    Il grande cortile interno
    Il cortile interno è occupato su tre lati da un porticato-magazzino formato da semi pilastri in un unico blocco di botticino scanditi a distanza regolare. Oggi un lato è adibito ad abitazione (nord), e due ad uso commerciale (ben restaurati fanno bella mostra di ciò che potrebbe diventare tutto il complesso, se si procedesse con saggezza al suo recupero). Il lato ovest corrispondente a via S. Polo è certamente il più importante: sette colonne scandiscono otto archi a tutto sesto con cornice di intonaco bianco e, verso l’ingresso principale, un’elegante lesena in botticino a conci sovrapposti, perfettamente squadrati, così regolari ed eleganti da richiamare il 1400.

    Tra il curioso e lo strano sono vari segni di croci uniti ai soliti graffiti di misura delle derrate alimentari, presenti sul solaio, cosa che fa dell’ambiente, secondo la gente, sicuramente un convento. Le stanze del piano nobile non presentano nulla di particolare, ampie ed alte, prendono accesso da un ampio loggione.
    Ma ancora una sorpresa, e non piccola, ci attende sul lato nord, evidentemente il più antico. Due costruzioni si affiancano per buona parte a distanza ravvicinatissima, 15-20 centimetri. La parte riguardante il palazzo è completamente diroccata, l’altra costituisce il muro meridionale della chiesetta di S. Paolo. In parte dal cortile, in parte tra le macerie, emergono sul fianco della chiesa i segni inconfondibili del medioevo : muro a strati paralleli di conci rozzamente squadrati e alternati da ciotolo grosso di fiume disposto a lisca di pesce e una porta mutila e murata composta da grossi medoli a formare spalletta ed architrave.

    La chiesetta è stata evidentemente raddoppiata in epoca successiva dalla parte absidale. Il lato est del palazzo sul brolo verso via Sabbioneta, ci riserva la bella facciata a capanna di stile non ben identificabile, con piccionaia murata, forse da collocare al medioevo, ma più facilmente al rinascimento.
    Dulcis in fundo, il lato sud, prospiciente via Ostiglia.
    Il porticato completamente restaurato e occupato da negozi, ci offre molto più di un semplice muro con pietre a vista. Nei pressi del portale ed a sinistra del medesimo fanno bella vista una finestrina ridottissima, 30×40, e una finestrella paralume in medolo, con elegante archetto, dimensioni 15×30 cm. Nella stanza interna corrispondente si notano un camino in legno e varie finestrelle porta oggetti triangolari, formate da tre mattoni giustapposti; purtroppo il restauro non li ha risparmiati.

    Conclusione
    Toponimo popolare a parte, “El Palass del Mago” costituisce il monumento architettonico più significativo del vecchio quartiere di S. Polo, ha dato il nome al quartiere e ne raccoglie tutta la storia dal medioevo ad oggi.
    N.B. l’articolo è stato redatto in momenti antecedenti l’attuale ristrutturazione esterna (n.d.r.).
    l. Il lato su via Ostiglia con i negozi


    1. L’angolo del vicolo che si dirige verso il deposito di bibite Morandi

    2. Finestrella porta oggetti

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La storia di S. Polo dal punto di vista ecclesiastico

    dalla Enciclopedia Bresciana di Mons. Fappani (aggiornata al 1999) www.enciclopediabresciana.it

    Ecclesiasticamente il territorio appartenne fin dalle origini alla Pieve della Cattedrale di Brescia passando poi per destinazione del vescovo Landolfo II alle dipendenze del Monastero di S. Eufemia della Fonte e alla parrocchia da esso dipendente, acquistando dopo il trasferimento nel 1438 del monastero fra le mura della città per la distanza e per le cure prestate dalla popolazione, una certa autonomia.

    Così ad esempio l’8 maggio 1506 con suo testamento Bernardino Calzavacca lascia al monastero di S. Eufemia tutti i beni, case, mulino e diritti che ha sul territorio di S. Eufemia, nella contrada di S. Polo, con l’obbligo di dare 6 ducati al cappellano che nei giorni festivi è tenuto a celebrare le messe nella chiesa di S. Polo e 14 ducati ai “patroni” della chiesa. Nel 1566 gli Atti della visita del vescovo Bollani segnalano la Chiesa come “dotata” con beni provvisti dai Cavalcabò; nel 1568 viene citato un oratorium del Borgo di S. Eufemia sulla via per Castenedolo con un beneficio di 40-50 piò dovuto alla famiglia Cavalcabò di Viadana alla quale sono passati i beni del monastero e che con testamento del 28 agosto 1575 del nob. Bernardino (rogato dal notaio Pietro Trappa) fonda la Cappellania di S. Polo con l’obbligo della celebrazione quotidiana di una S. Messa. Quando la nob. Camilla Cavalcabò vendette ai Fratelli Rovetta i beni siti in contrada S. Polo e successivamente con la vendita di parte di detti beni fatta da Pietro Rovetta a Giulio e Giorgio Gagliardi (1633) rimase sempre l’obbligo della celebrazione della S. Messa, obbligo che venne assunto, dietro supplica dei Gagliardi, da parte dei Deputati del P.L. Ospitale dei Mendicanti detto Casa di Dio, che tuttora sussiste.

    Nel frattempo alla chiesa si interessano il 25 gennaio 1621 “molti e diversi gentiluomini et altri che possedono beni nella contrada di S. Polo, territorio di S. Eufemia i quali hanno desiderio di ivi fabricare una chiesa” oltre che adornarla e provvederla di paramenti. Per questo scopo aprivano una sottoscrizione Costanzo Chizzola, Girolamo e Silvio Barbera, Caterina e Lelia Zola (sorelle del Beato Giovanni Battista Zola, martire in Giappone), ecc. La chiesa verrà restaurata nel 1664 per iniziativa della “vicinia” come ricorda una lapide che dice «D.O.M. / AEDEM HANC DIVI PAVLI APOSTOLI NOMINE / DICATAM / DIVTVRNO ICTV TEMPORIS COLLABENTEM / AVGVSTINVS ZONVS PRESB. / AEMILIVS DE AEMILIIS ET / IO. ANTONIVS ZOLA / BRIXIANI CIVES / SINDICI / NOMINE AC SVMPTIBVS VICINIAE / RESTAVRARVNT / ANNO A DEO HOMINE MDCLXIV».

    La situazione religiosa si fa precaria nel sec. XVII a causa della distanza dalla parrocchia. Ma ciò nonostante, non manca il prete che dica messa, sebbene che il rettore di S. Eufemia vorrebbe che tutti i fedeli si recassero alla sua chiesa. Tuttavia gli atti delle visite pastorali attestano come i coadiutori siano di solito diligenti ed esemplari.

    Passati nel 1797 i beni del Monastero all’Ospedale Maggiore di Brescia nel 1804 la chiesa, sempre sussidiaria di S. Eufemia, pur mantenuta dalle spontanee oblazioni e amministrata dai cittadini Francesco Landi, Giuseppe Dusi, Paolo Roversi e Paolo Alberti era di “juspatronato della contrada medesima” mentre il Pio Luogo della Casa di Dio vi manteneva un cappellano. La chiesa inoltre era sempre dotata di una cappellania. Alle Case di S. Polo (100 anime circa) la chiesa di S. Girolamo era invece di giuspatronato della famiglia Trussi che pure vi manteneva un cappellano.

    Della grave situazione di S. Polo riguardo all’assistenza religiosa (due abitanti erano morti senza sacramenti) si faceva carico perfino il sindaco di S. Eufemia che il 18 ottobre 1890 ne scriveva al vescovo ricevendo in risposta dal provicario generale che nessun candidato è disposto ad andare a San Polo, a quei tempi senza elettricità né acqua corrente, e con poca congrua, ed avere a che fare con fedeli zotici e poveri, i quali durante i lavori agricoli disertano massicciamente le funzioni e anche le scuole. Nel frattempo un sacerdote, don Franco Desideri, si presta a celebrare una messa nei giorni festivi a San Polo. Nel gennaio dell’anno successivo, l’amministrazione degli Orfanotrofi e delle Pie Case di ricovero, nell’intento di trovare qualcuno disposto a fare da cappellano, stabilisce (27 gennaio 1890) che il cappellano possa – a sue spese – chiedere all’autorità ecclesiastica la riduzione, per il tempo nel quale sarà a San Polo, delle messe da 300 da celebrarsi annualmente a sole 80, comprese però tutte le festive. In sostanza, un servizio a part-time con grave nocumento per gli abitanti. Ma anche così non si troveranno candidati per lungo tempo. Pur ormai praticamente autonoma la chiesa viene indicata (1914, 1938 ecc.) e sempre citata come sussidiaria di S. Eufemia della Fonte.

    Il vero risveglio religioso e anche sociale si ebbe con la nomina a curato nel 1946 di don Luigi Barberis. Attivissimo, egli costruì per primo il cinema-teatro parrocchiale cui fece seguito la costruzione razionale dell’oratorio maschile e femminile fornito di tutte le più moderne attrezzature sportive ivi compreso il campo sportivo. Nei locali dell’oratorio nacque la Società Sportiva “Ardens” voluta da don Luigi che creò contemporaneamente una valente compagnia filodrammatica. Accanto all’oratorio volle un magnifico ritrovo Acli, l’abitazione del curato e varie sale per le opere oratoriane e dell’Azione Cattolica. Poste in tal modo le premesse, S. Polo venne eretta in parrocchia autonoma mentre nel 1959-1960 su progetto dell’arch. Antonio Zampini veniva eretta la nuova chiesa parrocchiale già postulata nel 1924.

    LA VECCHIA CHIESA PARROCCHIALE ricostruita alla metà del ‘600 era ad una sola navata, con portale in marmo. Di notevole interesse artistico, vi era l’altar maggiore con tabernacolo del sec. XVII, in marmo con intarsio, nel cui paliotto era raffigurato San Paolo sbalzato da cavallo. La soasa, semplice ed elegante, incorniciava una bella pala, opera firmata da Antonio Gandino (1599), che rappresentava in alto la B.V.M. col Bambino, alla cui sinistra – poco sotto – si vedeva S. Antonio di P. in atto di adorazione. In piano, vi era S. Paolo, S. Pietro e S. Fermo. Tra l’altare e la pala, in tre piccole custodie con antelli scolpiti in legno, del sec. XVII, erano custodite le S.S. Reliquie. L’altare laterale, a sinistra di chi entrava presso l’altar maggiore in marmo, del ‘600, era dedicato alla nascita di Gesù. La pala era più antica e ricordava molto la venerata effigie della B.V.M. delle Grazie di Brescia. Molto in alto vi era una piccola nicchia con affresco che rappresenta la Madonna. Costruita la nuova chiesa, la vecchia venne smantellata: l’altare maggiore venne ceduto alla chiesa di Cecina di Toscolano; quello della Madonna alla parrocchiale di Cadignano, la pala dell’altare maggiore rimase in parrocchia.

    CHIESA NUOVA. Dedicata alla Conversione di S.Paolo. Eretta nel 1960, ad unica navata, ha nella linea ogivale che si eleva snella l’elemento caratterizzante. E questa verticalità si riproduce all’interno. Oltre l’altare “che è una gran coppa di onice del Pakistan, effondono una particolare atmosfera di colore le lastre trasparenti di un marmo rosa del Portogallo; di Mario Gatti, scultore, è lo sportello del tabernacolo: unico rimarchevole ornamento”. Il 27 gennaio 1985 veniva benedetta la grande pala (m. 14×6), opera di Oscar Di Prata.

    S.S. PIETRO e PAOLO, via Canneto. Eretta nel sec. XVI-XVIII nell’angolo meridionale di via Fusera. Ha, come sottolinea Riccardo Lonati, «facciata ravvivata da marmoreo portalino, e da vicino ciuffo di alberi; la trabeazione è ornata da croce di ferro e, nello sfondo, da pittoresco campaniletto a vela. Rettangolare l’aula con volta a botte suddivisa da lieve arco innestato sulle lesene alle pareti laterali. Di marmi versicolori e di semplici linee il superstite altare, sul quale permane la cornice sagomata in stucco dov’era la pala dedicata ai Patroni; pala trasferita altrove nel 1956, quando l’azienda agricola e la cappella, da tempo disusata, sono state acquistate dai fratelli Zubani».

    S. GAETANO alle CASE. Eretta nel sec. XVIII, nei primi decenni dell’800 era proprietà dei Valotti.

    S. GIOVANNI BATTISTA, appartiene alla famiglia Zola.

    Alla cascina Maggia esiste in via Fura Maggia una chiesa settecentesca. Tutta dipinta all’interno venne malamente restaurata nell’800 e di nuovo nel 1981. Di proprietà dei Martinengo venne venduta al Comune di Brescia che ne restaurò l’esterno.

    Lo sviluppo urbanistico ed edilizio del territorio di S. Polo ha richiesto il radicamento, nel quartiere di San Polo Nuovo, di nuove comunità parrocchiali: quella di S. Luigi Gonzaga, di S. Angela Merici e quella delle S.S. B. Capitanio e V. Gerosa.

    Parrocchia delle SANTE BARTOLOMEA CAPITANIO e VINCENZA GEROSA, via Botticelli, 5.

    È la prima in ordine di tempo delle tre parrocchie sorte nel quartiere di San Polo nuovo a Brescia. Istituita nel 1978, fu affidata a don Palmiro Crotti ed ospitata presso l’Istituto delle Suore di S. Maria Bambina in via Mantova.

    La prima pietra venne posta il 2 ottobre 1983. La chiesa, costruita dalla ditta geom. Franco Donati su progetto dell’ing. Giovanni Minelli e dell’arch. Alberto Viganò, fu ultimata nel 1984, inaugurata il 24 dicembre dal vescovo mons. Foresti e dedicata in forma ufficiale alle due Sante il 26 settembre 1993.

    Rettangolare, ad una navata, ha il presbiterio sopraelevato, sulla cui parete di fondo spiccano le statue in legno raffiguranti il “Crocifisso” e le “Sante Capitanio e Gerosa” in adorazione, scolpite dai Poisa. Sempre della bottega di Francesco e Giuseppe Poisa sono la colonna portalampada del Santissimo, le colonnine con angeli oranti che sostengono la sacra mensa, le stazioni della Via Crucis e la statua della Madonna collocata sull’altare della cappella invernale che affianca la navata. Le otto vetrate circolari che illuminano la navata, raffiguranti le “Opere di Misericordia”, il “Duomo di Brescia”, il “Santuario di Lovere” sono state realizzate dalla ditta Poli di Verona, su disegno di Augusto Ghelfi che è autore anche dei disegni della vetrata in controfacciata che raffigura le Sante Capitanio e Gerosa, eseguita dalla ditta Gibo di S. Giovanni Lupatoto. All’ingresso vi è una “Pietà” in terracotta patinata color bronzo, opera di Federico Severino. Il complesso parrocchiale è completo di canonica, oratorio e campo sportivo.

    Parrocchia di S. LUIGI GONZAGA, via Carpaccio 28.

    È la seconda parrocchia sorta a “San Polo Nuovo”. Istituita nel 1980, fu affidata a don Fortunato Patroni. Il complesso della nuova chiesa e delle opere parrocchiali fu realizzato tra il 1980 ed il 1990 dalla ditta Lombardi di Rezzato su progetto degli architetti Luigi Fasser e Dario Mettifogo. La prima pietra della parrocchia venne posta il 21 giugno 1981.

    Nel 1981-82 venne realizzato un salone adibito provvisoriamente a chiesa, utilizzato poi come sala riunioni. Nel 1983-85 furono costruiti l’oratorio, inaugurato il 7 ottobre 1984, e la canonica ed infine il 18 maggio 1989 venne posta la prima pietra della nuova chiesa parrocchiale dedicata a S. Luigi Gonzaga, a ricordo del vescovo di Brescia, mons. Luigi Morstabilini.

    La nuova chiesa è a pianta circolare con soffitto a capanna realizzato in legno. Il presbiterio, di forma semicilindrica, si stacca dal perimetro dell’aula e si eleva sopra la copertura. Sulla parete vi è un “Crocifisso” dipinto, opera di Renato Laffranchi (1990). Ai lati del presbiterio vi sono il tabernacolo e il fonte battesimale. Vi è poi la cappella dedicata alla Madonna, con la statua della “Vergine col bambino” eseguita da religiose di un istituto milanese. In centro alla facciata della chiesa vi è una vetrata a forma di croce. Al sagrato, sopraelevato dal piano stradale, si accede passando sotto un portale in cemento. La chiesa venne consacrata il 25 ottobre 1990 dal vescovo mons. Foresti, nel IV centenario della morte di S. Luigi Gonzaga e dedicata al santo nel novembre 1999.

    La parrocchia di S. Angela Merici, Via Cimabue 271

    in attesa di realizzare una pagina apposita, vedi il sito https://www.santangelamerici.org/

    La Chiesa

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  • La metropolitana a San Polo, da Via Volta a Via Fiorentini

    Un estratto da un opuscolo del Comune di Brescia, anno da definire . Si ringrazia Maurizio Frassi per la collaborazione nelle ricerche d’archivio.

    Non tutto è stato semplice…chi si ricorda del “bruco”? e poi…sovrappassi sottopassi?

    Hai riscontrato inesattezze, vuoi approfondire qualche tema, hai altre immagini? Lasciaci un commento a memoriasanpolo@gmail.com, Grazie!

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  • Altri fatti luttuosi a San Polo

    1 aprile 1954. Caduta aereo da caccia
    Quattro aerei da caccia dell’aereobase militare di Ghedi sorvolano il cielo di San Polo in formazione per un’esercitazione. Improvvisamente due aerei vengono a contatto: è la tragedia. Uno dei due riesce fortunosamente a rientrare alla base, mentre l’altro precipita, schiantandosi contro un traliccio dell’alta tensione vicino alla cava Bersini, sulla vecchia “strada de le ache”. Un’alta colonna di fumo è visibile da molto lontano e richiama molte persone a vedere cosa è successo.
    Per il pilota Sottotenente Carlo Bisson di 25 anni, era infatti nato il 2-11-1929, è la fine. Il suo aereo si disintegra, spargendo rottami nei campi circostanti.

    A ricordo dell’episodio, sotto il traliccio ricostruito, fu eretto un cippo in pietra, rappresentante un’ala spezzata su base quadrata con foto del pilota. Purtroppo il piccolo monumento ora giace in uno stato di assoluto abbandono, invaso da rovi, erbacce, rami e fogliame.
    3 giugno 1960. Anno “horribilis”. Dario
    di Primo Gaffurini
    “La cava Alghisi fu dismessa nella seconda metà degti anni ’50 e le “mòte” (cumuli di ghiaia) ed il laghetto divennero luoghi di ritrovo dei ragazzi. Purtroppo il laghetto divenne un tragico luogo di giochi: un tristissimo 3 giugno del 7960 l’amico Dario Rossi di anni 74 vi annegò. Era da tempo che giocavamo con una vecchia camera d’aria da camion gonfiata ed usata come canotto. Mi chiedo spesso perché a lui e non a me. Un giorno mentre “navigavo” sul canotto rischiai di ribaltarmi; non so come mi sono salvato, ma giunto a riva giurai a me stesso che non vi sarei mai più salito. Due giorni dopo, mentre tornavo in pulmino da scuola, appresi lo tragica notizia. Mentre Dario “navigava” sul canotto, a causa di un brusco movimento, questi gli sfuggì da sotto ed egli sprofondò nelle acque del laghetto senza possibilità di salvezza, non sapeva nuotare, sotto gli occhi impietriti ed impotenti di alcuni compagni. Fu ripescato dopo 48 ore. Per lungo tempo il pensiero della sua scomparsa mi angosciò. Costruii una croce col suo nome e lo piantai sul luogo ove Dario era annegato. Spesso lo sera al buio mi sedevo sul bordo del laghetto a conversare mentalmente con lui. Quando, sposato, ebbi il primo figlio nessuno si sognò di suggerirmi nomi, nemmeno mia moglie.
    Come si sarebbe chiamato era ovvio: Dario. Ancora oggi a 66 anni, quando penso a lui o vado a fargli visita al cimitero, non vedo un ragazzino di 74 anni, ma “il mio amico Dario”.
    19 giugno. Franco
    del fratello Giulio Zani
    Nel laghetto della cava “Stabiumi”, in via Ponte, un gruppo di amici costruisce uno zatterone e si inoltra sulle acque per pescare. Ad un certo punto Franco Zani, classe 1939, si tuffa per fare un bagno. Le correnti di acqua fredda gli provocano una congestione che gli è fatale: verrà ripescato dai sommozzatori di Bergamo dopo 48 ore, come Dario pochi giorni prima. Franco lascia la moglie con una bimba di circa 10 mesi. Questi specchi d’acqua erano un’attrattiva irresistibile per i giovani, ma hanno preteso un tributo tragico.

    4 maggio 1961. Giambattista Doninelli
    Era un giovane mezzadro della fattoria Bersini e spesso dopo pranzo, prima di riprendere il lavoro nei campi, si avvicinava al laghetto per avvistare le carpe da catturare. Il 4 maggio di quell’anno gli fu fatale: non vi sono stati testimoni nella dinamica di quanto accaduto, ma poche ore dopo sul bordo del laghetto della cava, furono trovate solo le sue scarpe. Il corpo dello sfortunato contadino fu ripescato dalle acque solo dopo parecchie ore, al pari di quanti prima di lui, pagarono un tributo troppo pesante all’attrattiva di quei laghetti.

    Gli infortuni mortali
    Non vanno dimenticati coloro che hanno lasciato la loro vita sul lavoro all’acciaieria Alfa, in un tipo di lavoro nel quale il dramma poteva, e può, in ogni momento materializzarsi: Bettinzoli, Beretti, Bonera … per fare solo alcuni nomi. Anche lo “stradone”, arteria cruciale fra Brescia e Mantova, lungo l’attraversamento del centro di S. Polo ha preteso nell’arco degli anni numerose vittime, per la maggior parte ragazzetti o giovani.

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