Tag: Coltiviamo la memoria

  • Le parrocchie di San Polo

    La zona definita S.Polo è “coperta” da più parrocchie i cui confini non sempre combaciano con quelli amministrativi.

    Senza entrare troppo nel dettaglio possiamo dire che:
    1) Il Quartiere S.Polo Parco é coperto da S.Luigi Gonzaga e, per la parte questura, dalla parrocchia Capitanio e Gerosa (2 sante ) che però copre anche la zona verso parco Ducos (tutta la zona Lonati e anche la zona dove c’è Idea Salute).
    2) S.Polo Cimabue (escluso la parte Ducos ,Lonati e Idea Salute come detto al punto 1), é coperta da S.Angela Merici che copre anche buona parte di San Polino.
    3) La parrocchia Conversione S.Paolo copre il Q.re S.Polo Case. Il Centro Pampuri fisicamente in Sanpolino è praticamente più di spettanza della parrocchia Conversione di S.Paolo e, in effetti, la stragrande maggioranza dei volontari e frequentatori sono di S.Polo Case (i gestori sono I Pensionati di S.Polo vecchio e i campi del Pampuri sono sempre stati della parrocchia Conversione S.Paolo).

    Grazie a Gianpaolo Mantovani per la collaborazione

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Mappe e carte di San Polo

    di Giorgio Gregori (work in progress)

    Questa bella cartina data circa 1600, presenta la città di Brescia circondata da mura, intorno la campagna e qualche piccolo borgo, spesso solo poche case intorno a una chiesa.

    E’ praticamente l’immagine della città di Brescia fino al primo dopoguerra, nel 1945. Unica variante significativa sarà nell’800 l’espansione della città industriale a Ovest, nella zona tra le antiche mura venete e Fiumicello. Le mura saranno abbattute (purtroppo) nel 1900.

    In basso a destra vediamo il borgo San Polo, “una-chiesa-e-una casa”, collegato alla città da una strada con un tracciato che potrebbe coincidere con l’attuale strada provinciale per Mantova, che conduce a Porta Torrelunga, (ora Piazzale Arnaldo), e soprattutto alla porta posta all’inizio di Via Musei incrociando la strada che oggi è viale Venezia/Via Rebuffone e che proviene da S. Eufemia (San Francesco di Paola) e ad una “Pietra del Gallo” .

    Nel dialetto bresciano c’è un detto che, tradotto, significa “non hai mai passato la pietra del Gallo”, per dire non ti sei mai allontanato dalla città, non hai mai viaggiato. Il detto rimanda all’esistenza di una pietra in zona S. Eufemia a Brescia fino al 1718, anno in cui fu sbriciolata per potere allargare la strada. vedi anche spifferi bresciani – la pietra del Gallo (1)

    Una strada tra i campi porta da Mompiano alla Pusterla. Il fiume Garza passa accanto a Borghetto (Borgo Trento) per poi arrivare a San Faustino ed attraversare la città. Sarà solo nel 1797 che verrà deviato per circondare le mura venete in senso antiorario (vedi le vie d’acqua).

    A nord vediamo le strade che provengono da Nave (Conicchio) e dai Borghi di San Bartolomeo e S. Eustachio.

    A Ovest una raggiera di strade conduce una a Urago Mella, l’altra al borgo vicino al ponte sul Mella al termine di Via Milano per poi proseguir verso Milano.

    A sud tre strade partono dalla Porta San Nazaro, ora P.le della Repubblica: una verso il Mella e la Bassa, l’altra a Roncadelle, un’altra verso le Fornaci. Chissà all’epoca cosa c’era di così importante nelle località Fontanelle, nella zona di Via del Serpente, nella casa dei S.ri Porcelagi (il palazzo di Via Labirinto?)

    a Sud, il Garza scendeva dritto verso Bagnolo. Poi nel 1797 sarà deviato dagli Spalti San Marco verso San Polo.

    Dalla porta per Cremona una strada porta alla Volta, per proseguire verso San Zeno. Chissà che località è “Pontonica”? La cartina è un pò strana e sproporzionata, indica una strada dall’aria “importante” verso il Borgo Gerole che sembra poi proseguire per Ghedi, ma di questa strada non ho riscontro. In epoca successiva la Volta sarà collegata con la strada per Mantova con una strada che passa a sud della cascina Maggia e relativa chiesina, (ancora visibile per un tratto)e andare a lambire la Cascina Aurora.

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    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La Cascina Aurora

    La Cascina “Aurora”, in Via Raffaello Sanzio 163 a San Polo (Brescia) dal 2023 ospita attualmente il Museo Dolci, che conserva ed espone 41 opere di Martino Dolci delle oltre duecento di proprietà della Fondazione omonima. Sito al piano terreno della Cascina Aurora, il museo consta di 3 ampie sale in cui è possibile ripercorrere la vicenda artistica di uno dei più noti pittori bresciani del Novecento.  

    la prima sala del Museo Dolci

    Oggi la Cascina si presenta così, ma chi si ricorda di quando era una cascina agricola, e poi con varie ristrutturazioni e cambi d’uso ha ospitato gli Uffici del Comune, un negozio di alimentari, una farmacia, la sede dell’ENPA, e oggi ha una sala comunale nella quale si svolgono varie iniziative, assemblee dei cittadini e riunioni del Consiglio di Quartiere?

    l’esterno della Cascina, lato est – foto Giorgio Gregori 2025
    la Cascina Aurora vista da sud, con l’ingresso del Museo Dolci – foto Giorgio Gregori 2025
    cortile della Cascina Aurora durante l’inaugurazione della mostra dedicata al pittore Garosio, nov 2025 – foto Giorgio Gregori

    Circondata da varie cascine antiche, risalenti al 1600-1700, pensavo che la Cascina Aurora avesse una lunga storia. Mentre invece è molto più recente . Ecco una cartina i cui ultimi aggiornamenti datavano al 1931.

    Nel 1931 la Cascina Aurora ancora esisteva, sarà costruita, in data da scoprire, a sud della strada che dalla Volta, passando davanti alla Cascina Maggia, andava fino alla provinciale per Mantova, nel punto di intersezione con quel sentiero che coincide con la lettera “d” di “ssandro”, stradina di campagna che portava alla Cascina Massardotti

    1980 circa, visione da est verso Ovest. E’ evidente sulla destra la strada che portava alla Volta, passando davanti alla Cascina Maggia (fotografia di Pasquale Zaccone)

    Vedi anche l’articolo https://www.amicicascinariscatto.com/un-nuovo-quartiere-di-quasi-20-000-abitanti-in-costruzione/

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  • I corridoi delle case a spina

    Chi si ricorda di quando questi corridoi non erano chiusi da cancelli?

    foto Giorgio Gregori
    foto Giorgio Gregori

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  • il parco delle cave

    La pagina di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Parco_delle_Cave_(Brescia)

    Il libro di Fabio Capra

    Brescia Il Parco delle Cave

    Compagnia della Stampa, 2022

    Una bella descrizione del parco delle cave si può leggere nel volume di Primo Gaffurini “Come Eravamo”.

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  • La Cascina Lazzarino

    La cascina Lazzarino, attualmente proprietà dei coniugi Sergio e Liliana Gaffurini, si trova a sud ­ovest di S. Polo, in via Campagna, tra la cascina Fusera e la cava di sabbia di Gaffurini. Ora, dopo la splendida ristrutturazione, non possiamo più definirla una cascina, ma piuttosto, come lo fu nel ‘700 e ‘800, casa padronale, palazzo. Dallo stato di totale abbandono fino agli anni ’60 del Novecento, gli attuali proprietari l’hanno riportata agli antichi splendori settecenteschi.
    Posta nel verde di un grande parco che si affaccia sul laghetto Fuserino , cascina Lazzarino si presenta come una grande costruzione su tre ali attorno all’ampio cortile, al cui centro è situata una grande fontana in marmo, di recente fattura ma stilisticamente ben inserita nel contesto.
    Il bianco del marmo di Botticino domina un po’ ovunque, dai grossi pilastri sormontati da vasi di fiori della cancellata in ferro battuto che si apre verso sud, al porticato con cinque colonne dell’ala est, agli stipiti, alle architravi, ai davanzali, creando un’atmosfera di grande eleganza. Due guglie, sempre in “botticino”, svettano sul tetto dell’ala ovest, donando al complesso una particolare nota di signorilità. L’ala ovest doveva servire, probabilmente, a rustico, oggi ristrutturato ad abitazione; l’ala est al piano terra a deposito carrozze ed a fienile al piano superiore; a nord c’era la casa padronale.
    Da notare che nelle mappe napoleoniche dell’inizio Ottocento compare il nome di Palazzino, mentre il nome Lazzarino, che resterà fino ai nostri tempi, compare per la prima volta nelle mappe asburgiche del 1843, epoca in cui gli austriaci rivedono con metodicità e precisione tutto il sistema catastale del Lombardo-Veneto.
    La denominazione Lazzarino deriva sicuramente da “Lazzaretto”, sinonimo di ospedale in cui venivano ricoverati gli ammalati affetti da malattie contagiose (peste, colera, malattie veneree, vaiolo), frequenti nel periodo di guerre della prima metà dell’Ottocento (guerre napoleoniche, di indipendenza, moti rivoluzionari). Nella bassa bresciana i nomi “Lazzarino” e “Lazzaretto” compaiono di frequente, riferiti a cascine o località di campagna isolati da paesi o città, proprio ad indicare luoghi adibiti ad ospedale lontani dalla popolazione onde evitare contagi.
    Che il complesso sia di chiara architettura settecentesca lo conferma la data incisa sulla maniglia della cancellata: “GIO BATT. REBOLDI FECIT 1773”.

    Nell’ala nord ritroviamo gli elementi artisticamente più interessanti con gli affreschi su soffitti e pareti ed i pavimenti in stile palladiano, composto da frammenti di pietra accostati come tessere di un mosaico a comporre motivi geometrici o floreali stiiizzati. Il pavimento è stato purtroppo tolto, perché troppo sconnesso e rovinato, al punto da essere irrecuperabile.
    L’interesse maggiore è destato senz’altro dagli affreschi distribuiti sui due piani, di mano veneta del ‘700. Essi riproducono scene di vita campestre, paesaggi e temi religiosi. Una Madonna, ascensione di santi, contadini e domestiche, gentiluomini e dame adornano pareti, soffitti e scale, illustrano scorci di vita e costumi settecenteschi.

    Per risalire agli antichi proprietari che fecero costruire l’edificio, bisogna osservare e decifrare i due stemmi, uno dipinto sul muro esterno dell’ala est, l’altro scolpito sulla chiave di volta dell’ingresso. Il dipinto rappresenta un leone rampante sormontato da una cotta d’arme, il secondo un bassorilievo con sette stelle poste sopra un ramo con foglie.
    Essi non appartengono però a famiglie bresciane. Potrebbero appartenere ai Panciera di Zoppola, che tennero la cascina fino al ‘900. La panciera è appunto la cotta d’arme presente sopra il leone rampante dello stemma. I Panciera erano nobili conti provenienti da Zoppola nel Friuli e la loro venuta a Brescia è legata ai Martinengo. Resta l’interrogativo del leone rampante che non compare in nessun stemma dei precedenti proprietari; non in quello della nobile Giulietta Mompiani e tantomeno dei Galletti, proprietari fino alla fine dell’Ottocento, e dai quali i Mompiani l’avevano acquistata. Questi non erano nobili e non potevano essere i committenti del Palazzino. Bisogna risalire oltre, ma mancano del tutto documenti, pertanto non resta che concludere che il Palazzino, divenuto poi Lazzarino, sia stato edificato da signori veneti, il cui stemma era quello scolpito sulla chiave di volta del portale est. Questa ipotesi può essere supportata dal fatto che Brescia per lungo tempo fu sotto il dominio di Venezia. I nobili provenivano un po’ dappertutto e tutti ambivano costruirsi una villa in campagna. La Serenissima era poco precisa nel censire la sua gente, pertanto ricostruire con completezza quale era la situazione all’origine diventa arduo. Resta comunque il fatto che la cascina Lazzarino, magnificamente ristrutturata, è una delle più belle testimonianze del passato di S. Polo e merita tutta la nostra attenzione.
    Di seguito sono riportati due esempi di catasto del sito attorno alla cascina Lazzarino. (inserire immagini)

    Uno è del catasto napoleonico del 1810, generico e non rispettante distanze e dimensioni in scala; l’altro è del catasto asburgico del 1843, preciso, rispettante distanze e dimensioni in scala, suddiviso e numerato in lotti, indicanti addirittura la destinazione funzionale per ogni lotto.
    Dal catasto austriaco (asburgico) si può rilevare la destinazione funzionale dei lotti attorno alla cascina Lazzarino:

    n. 996 aratorio e vitato (coltivato a vite)

    n. 997 casa di villeggiatura

    n. 998 orto
    n. 999 prato vitato, adacquato, fruttato con moroni {gelsi] e così via.

    Tratto dal volume “dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012) (pag.64-72). Si ringraziano Primo Gaffurini e Umberto Gerola che hanno concesso la riproduzione.

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  • Le Gerole


    La frazione è parte del comune di Borgosatollo, ma appartenente alla parrocchia di San Polo. Località totalmente immersa nella campagna lavorata dalle famiglie Ballerini, Boldini, Medeghini e Sandrini residenti nelle rispettive cascine. La frazione è caratterizzata dalla chiesetta dedicata ai Santi Faustino e Giovita festeggiati il 15 febbraio. In questo giorno molte persone di San Polo vi si recavano percorrendo la via Chioderolo e inoltrandosi poi per il viottolo che costeggiava il torrente Naviglio, raggiungevano le Gerole attraversando un bellissimo panorama agreste.
    Da molti anni ormai le Gerole sono raggiunte attraverso la più comoda via Cadizzoni, percorribile in automobile.
    Secondo l’Enciclopedia bresciana il termine “Gerole” non deriverebbe da “gera” (ghiaia­sabbia), ma dalla nobile famiglia Gerola, che nel Seicento circa aveva possedimenti nella località. All’interno della chiesa c’è una lapide marmorea che ricorda personaggi del Seicento che contribuirono con i loro lasciti alla costruzione della chiesa ed alla celebrazione di messe.
    Riportiamo di seguito, il testo e la traduzione della lapide tratti dal fascicolo parrocchiale:
    “La Comunità di S. Polo storico”
    Numero 1, Aprile 2011,articolo “Speciale Gerole”

    ANTONIO MOROTTO
    Ad Antonio Morotti
    CUIUS PIETATEM EGREGIE CONTESTATI HAEREDES
    del quale la pietà egregiamente avendo ereditato gli eredi
    IULIA SOROR ET PETRUS MASOTTUS CONIUGES
    Giulia sorella e Pietro Masotto coniugi
    EROGARUNT
    erogarono
    X DEC(embris) MDCXXXIV
    il 10 dicembre 1634
    DECIES QUINGENTAS PL(anetas) LlB(rarias) AB EODEM IN DIU(tu)RNAE
    dieci volte cinquecento planeti dal peso di una libbra dal medesimo destinate/aggiunte
    AC PERPETUAE MISSAE CELEBRATIONEM ADDICTAS
    per la celebrazione di una messa continua e perpetua
    TEST(amento) ROG(ato) PER MARCUM GANDELLUM
    con testamento rogato da Marco Gandello
    BRIX(iensem) NOT(arum)
    notaio bresciano
    PRIDIE IDUS SEPT(embres) MDCXXX
    il giorno precedente le Idi di settembre del 1630
    TRANSLATIS HUC EIUSDEM AC FRATRUM SORORIAEQUE OSSIBUS
    traslate qui le ossa del medesimo dei fratelli e di una zia paterna
    IO(annis) PAULUS GLEROLA
    Giovanni Paolo Gerola
    AETERNUM VOLENS AETERNUM POSUIT.
    eterno volendo eterno pose

    . CI ÐI ÐC XXXV .
    1000 500 100 35

    Giovanni Paolo Gerola, volendo (un ricordo) eterno, nel 1635 eresse (questo sepolcro) eterno – dopo aver qui traslato le ossa del medesimo, dei fratelli e di una zia paterna – per Antonio Morotti, i cui eredi, la sorella Giulia e Pietro Masotti, coniugi. avendone ereditato nobilmente la pietà, erogarono il 10 dicembre 1634, 5000 lire planete* dal peso di una libbra destinate o aggiunte (a quelle fissate) dal medesimo con testamento rogato da Marco Gandello, notaio bresciano il 12 settembre 1630 per la celebrazione di una messa quotidiana e perpetua.

    *moneta bresciana diffusa dal 1257 a rutto il ‘600. Il peso di una libbra corrisponde a gr. 0,32 I di argento.

    Dall’epigrafe è stato possibile ricostruire la vicenda. Il nominato Antonio Morotti aveva depositato presso il notaio Marco Gandellini di Brescia un testamento, con cui costituiva una cappellania della chiesa delle Gerole per una messa quotidiana e perpetua.
    Il Morotti morì di peste (la stessa narrata dal Manzoni nel suo “I promessi sposi”) e gli eredi erogarono altre 5000 lire (planetas librarias) per aumentare il capitale della cappellania.
    Successivamente un altro erede, G. Paolo Gerola, raccolse le salme dei nominati eredi Giulia e Pietro Morotti e di una zia paterna nel sepolcro eretto nel 1635, di cui l’epigrafe.
    La vicenda fa supporre che la famiglia fosse la committente della costruzione della chiesa delle Gerole o ne fosse comunque la proprietaria.

    Tratto dal volume “dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

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  • Edifici e Borgate di S. Polo

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    le Case
    Da Brescia, verso sud in Via San Polo si supera la grande rotonda che a destra va in Via della Maggia e a sinistra Via Michelangelo Merisi e, di fronte alla portineria dell’Alfa Acciai, si imbocca Via Lucio Fiorentini. Dopo circa 600 metri si arriva al vecchio borgo delle “Case”.

    Nel passato era frazione del comune di Sant’Eufemia. Si caratterizzava per la presenza della piccola chiesa di San Girolamo, accanto alla Casa di riposo Arici-Sega, per la presenza di una comunità di Suore delle Poverelle che gestiva l’asilo infantile, oltre che dare assistenza agli ospiti della casa di riposo.

    La vecchia casa di riposo è ora in ristrutturazione (2025), mentre è stata costruita un centinaio di metri più avanti una nuova grande struttura. La vecchia casa di riposo Arici-Sega aveva sede in un palazzo di proprietà prima dei nobili Truzzi, poi della famiglia Arici. Vittorio Arici lasciò alla congrega della carità di S. Eufemia l’immobile a fini filantropici. Il lascito, unito a quello della famiglia Sega, permise la realizzazione della casa di riposo che porta il loro nome.
    Come tutti i borghi antichi racchiudeva anche alcune cascine: Caraffini, Faini, Sandrini. Di fronte alla vecchia casa di riposo, al numero 20 di Via Fiorentini una di queste (non so quale) è stata ristrutturata ed è diventata un bel residence denominato “la cascina”, con circa 40 appartamenti .

    Le Scuole
    All’incrocio tra via Mantova e via Fiorentini, un ampio edificio a corte era sede della scuola elementare e dell’asilo infantile. La scuola media unica ancora non esisteva. Due lati contenevano le aule scolastiche a piano terra e primo piano. Nel terzo lato servizi igienici e refettorio. L’abitazione del custode e la stanza dei bidelli esaurivano tutti gli spazi disponibili. Sul lato opposto della strada sorgeva la cascina Miglio (el “Mei”).

    Cascina Miglio“El Mei”- Cà di Emilio
    Sorge accanto all’Acciaieria Alfa Acciai, vicino alla grande rotonda. Era abitata da varie famiglie fra cui i Fusi, che lavoravano i terreni allegati alla cascina. Oggi versa in una stato di abbandono penoso.

    La vecchia Chiesa
    Situata sulla via Mantova era dedicata alla Conversione di San Paolo. Attualmente è stata trasformata in trattoria. Accanto c’è la piccola canonica legata al grande “Palass del Mago”. A nord della Chiesa sorge casa Reboldi.

    Palass del Mago

    Nome con il quale la popolazione identifica una costruzione risalente al 1500 e adibita ad abitazione. All’interno trovarono posto il cinema-teatro parrocchiale e la bottega di riparazioni di biciclette e tricicli di Pietro Bandera, meglio conosciuto col soprannome di “Stria” per il suo carattere burlonesco.

    Casa Bonetti
    Situata al centro di San Polo, ospitava un bar e la tabaccheria di Gianni Filippini meglio conosciuto come “Giani tabachì”.

    Accanto, la Pesa pubblica per carri, carretti e, più tardi, i Dodge (camion militari americani dismessi e adibiti al trasporto di ghiaia). La pesa pubblica era situata sotto un porticato che dava nel cortile del palazzo. Ora è chiuso ed è stato trasformato nella sala del bar Pesa.
    “La pesa mi ricorda un episodio divertente accadutomi. Provenivo in bicicletta dalle Bettole, dove ero stato a portare del materiale da lavoro a mio padre. In fondo al cavalcavia mi aspettavano due poliziotti in moto. Mi fermarono ed ispezionarono la bicicletta che, ovviamente, non era in regola: il fanalino posteriore non c’era, quello anteriore c’era, ma non funzionava, le pedivelle non erano a norma, un freno era rotto. Conclusione: 500 lire di multa ed a nulla valse l’osservazione che tanto era ancora chiaro . Non avendo né documenti, né soldi mi scortarono a casa, uno davanti ed uno dietro.
    Giunto davanti alla pesa mi fermai dicendo che abitavo li dentro e non appena scesero dalla moto, lasciandoli di stucco, partii in velocità nel cortile, uscendo nella via Arici e, senza mai voltarmi per il timore di vedermeli dietro, infilai la prima trasversale e scesi per uno scivolo di un garage, aspettando alcuni minuti prima di riprendere la via per casa. L’avevo scampata.” (Primo Gaffurini). Il palazzo fu costruito nel 1911.

    Nel Centro si trovavano casa Venturelli, un cascinale che ospitava l’officina di fabbro ferraio della stessa famiglia ed il Circolo Combattenti e Reduci; la casa del maniscalco Kinì Mainetti; la drogheria Falappi, la forneria, la casa Fogazzi, la trattoria di Bepi Averoldi ed il piccolo cascinale Lodrini-Codenotti.

    La cascina Bersini
    Con alle spalle la stalla dei Bortolotti. Di fronte alla cascina il grande giardino dei “musigni” e, all’incrocio tra via Ponte e via Mantova, l’osteria del Brentatore di “Trani” Marmaglio. Tra la cascina ed il palazzo dei Bersini c’era la Fabbrica Lampadari dei Sigg. Pellegrini. Luigi Pellegrini acquistò l’edificio nel 1961 dal nobile Cesare Luzzago di Brescia. L’interno dell’abitazione era composto da colonne in pietra bianca e volte a vela in cotto: erano le vecchie ed antichissime stalle, magnificamente restaurate e trasformate in abitazione da Mario Pellegrini, subentrato al padre Luigi. La fabbrica chiuse nel 2002 e l’edificio trasformato in nuove residenze.

    Palazzo Bersini: “la casa rosa”

    vedi la pagina dedicata

    La Draga
    Località così chiamata per l’esistenza della cava di sabbia Salvi, funzionante con una funicolare e carrelli ad immersione nel laghetto dal quale si estraeva sabbia “pulita”.

    Vicino alla cava le case Perghem, Lombardi, Beretti, Filippini, Marcon e del “Magiur” (un ex ufficiale dell’Esercito).

    Portale d ‘ingresso est di via Casotti

    Il Borgo
    Grosso agglomerato di case e cascine a sud di S. Polo, che ha sempre avuto una sua identità, spesso sfociante in campanilismo. Un tempo era chiamato “Borgo rosso” in quanto la maggior parte delle persone si dichiarava comunista o socialista. Al Borgo il sentimento di appartenenza era così vivo che è sorta un’associazione chiamata “I s-cècc del Borgo”, formata da persone rigorosamente originarie della zona.

    Qui erano situate:

    la trattoria “Paletti” ed i suoi giochi di bocce coperti da secolari ippocastani;

    il cascinale Pagani­-Bordiga-Consoli con il pozzo di acqua potabile; vicino, il forno del pane di Emanuele, con annessa salumeria;

    il cascinale dei Bravo (Löc dei Bravi) che periodicamente ospitava spettacoli di burattini (i giupì);

    la cascina dei “Zola” con una bella ortaglia ed un magnifico vigneto, con tre cortili, due portali del ‘600 e camini cinque-seicenteschi, dove un tempo era situata la famosa osteria “La Gatta” di Apostolo Alberti con annessi giochi di bocce;

    vicino alla “Gatta” le abitazioni delle famiglie Fra e Gussago, detto “el strasino” (straccivendolo);

    All’incrocio tra le vie Casotti­-Ponte-Chioderolo nella casa di “Trani” furono ospitate per qualche tempo le scuole elementari.

    Il grande cascinale Pagani-Bordiga-Consoli fu proprietà dei Conti Calini e sul grande portale d’ingresso di via Casotti si può vedere, sotto la chiave di volta, la data 1611 e la scritta :
    “SOLI DEO HONORE E GLORIA” (Solo a Dio onore e gloria)
    a testimonianza dell’epoca di appartenenza dell’edificio. Era la casa di campagna con allegate abitazioni dei contadini che lavoravano le terre di proprietà dei signori, secondo uno schema sociale tipico del ‘600-‘800. L’edificio si estendeva in Via Ponte fino al cortile degli “Apostoli” ed era dotato di tre entrate: quello carraio in via Casotti a sud; uno all’inizio di via Casotti ed il terzo in via Ponte. L’interno era un unico grande cortile e vi si poteva accedere da via Casotti uscendo in via Ponte.

    Il Chioderolo

    vedi anche le vie d’acqua

    La ruota del vecchio mulino del Chioderolo
    Situato alla confluenza dei torrenti Garza e Naviglio-Cerca. Torrenti che frequentemente straripavano mandando sott’acqua l’abitazione della famiglia Saetti, il bel brolo annesso e la trattoria Cavallino che la stessa gestiva. Le famiglie Bettinzoli, Rivetta, Bravo, Rezzola, Savoldi, Gerola, Ferrari, Bandera, Bertoletti, Vecchi, rappresentavano il nucleo storico della contrada.
    Ciò che caratterizza più di tutto il Chioderolo è la presenza del vecchio mulino ad acqua, con le grandi pale spinte da una cascatella ricavata dal Naviglio.

    il vecchio mulino del Chioderolo – foto Giorgio Gregori 2026


    Il mulino era gestito da tre famiglie di cugini Bandera: Angelo, Giacomo e Mario col fratello Luigi. Secondo don Angelo Cretti dall’analisi di mura, travi e strutture, l’edificio si può far risalire al ‘500.
    Il termine Chioderolo pare derivi dalla presenza nella località, anticamente, di un’officina in cui si producevano chiodi.

    La Colombera
    Un grande cascinale abitato dalle famiglie Massardi, Pasinetti, Zizioli e Bandera. Quest’ultima, proprietaria di un grande frutteto e vigneto. Di fronte, la casa Romanenghi, anche loro possidenti di vigneti, periodicamente inondati dagli straripamenti del torrente Garza, perché piantati nel terreno di una ex cava di sabbia, probabilmente la prima di San Polo, nella quale l’estrazione avveniva con piccone e pala, il classico “pic e badil”.

    Il Gerolotto
    Agglomerato comprendente le cascine Bacchetti, Gregorelli e Medeghini, dedite oltre che alla coltivazione dei campi, anche all’allevamento di bovini, spesso lasciati liberi di pascolare nei terreni circostanti. Le vicine famiglie Franzoni e Volpi erano dedite alle cave di ghiaia.

    La Fusera.

    Risalente ai sec XV-XVI, con il cascinale degli Zubani e la chiesetta dedicata ai SS. Pietro e Paolo, meta di molti pellegrinaggi durante i tridui, sempre ben vissuti dalla gente.

    Le Gerole (vedi articolo dettagliato)
    La frazione è parte del comune di Borgosatollo, ma appartenente alla parrocchia di San Polo. Località totalmente immersa nella campagna lavorata dalle famiglie Ballerini, Boldini, Medeghini e Sandrini residenti nelle rispettive cascine.

    le Cadizzoni (Ca ‘ de Zoni) (vedi articolo dettagliato)

    La Transumanza
    S. Polo fino agli anni cinquanta del Novecento, come già detto, era una realtà prettamente agricola e lo testimoniava la presenza delle numerose cascine situate anche nel centro e pertanto era partecipe diretta del fenomeno della transumanza. Esso avveniva in due momenti: il primo in autunno, quando le mandrie e le greggi scendevano dagli alpeggi, dove il pascolo era terminato, verso la pianura per svernare; il secondo momento consisteva nel fenomeno inverso, quando in primavera le mandrie venivano riportate dalla pianura agli alpeggi. In tali occasioni si vedevano mandrie di decine di mucche condotte dai mandriani attraversare città e paesi per recarsi nelle cascine della pianura, dove svernavano. Veniva allora stipulato un contratto fra il mandriano valligiano ed il proprietario della cascina per cui le mucche potevano pascolare nei campi ad erba per il tardo autunno ed in inverno le mucche venivano nutrite con ilo fieno delle cascine stesse. Il pagamento avveniva nel momento in cui la cavezza delle mucche veniva staccata dalla “traiss” (tramoggia) per il ritorno all’alpeggio. In tale contesto si pone l’episodio avvenuto nella cascina Cavalieri che portò alla famosa targa: “Malghesi di Collio qui non ne voglio” narrato sopra. Era un fenomeno vistoso : per intere giornate si assisteva al passaggio di mandrie scampanellanti, che percorrevano decine di chilometri per portarsi nelle cascine della bassa. Per i ragazzi era sempre una novità e destava meraviglia, in realtà era un fenomeno secolare. La transumanza è scomparsa con l’introduzione degli allevamenti intensivi e con l’aumento del traffico veicolare sulle strade, per cui le poche mandrie presenti negli alpeggi nel nostro tempo in autunno vengono portate nelle stalle di pianura con gli autocarri.

    Corte Manfredi e dintorni
    Nella zona nord e a ridosso della via Mantova oltre alla corte Manfredi esistevano le cascine “Rödä”, “Nssa”, “Scagnel”, “Bridina” e la casa cantoniera, abitata dallo storico “stradino” Gabrieli .
    I terreni adiacenti alle cascine erano lavorati dalle famiglie Frassine, Spagnoli e Spalenza. Un poco più a nord-est era stata abbandonata la cascina “Albrisà”, ora recuperata e sede della comunità CEBS.

    L’Americana (delle Suore Mariste)
    Proseguendo ancora verso nord si trova un’antica e prestigiosa casa padronale attorniata da uno stupendo parco di cedri del Libano ed altre specie di alberi secolari. Il nome deriva dalla proprietaria, la signora Cellina Botturi, che viveva in Argentina, e perciò americana, e periodicamente veniva con il marito a passare la bella stagione in Italia.
    Secondo quanto testimoniato dalla Signora Cellina, la villa fu vinta dal marito al gioco delle carte. Durante un viaggio di ritorno in America, il marito fu ucciso. La signora si stabilì definitivamente nella villa , che da lei prese il nome di “Villa Cellina Botturi”, meglio conosciuta come “Americana”. Alla fine degli anni cinquanta l’immobile fu ceduto alle Suore Mariste. La Villa ha origini ben più lontane. Fu casa padronale con allegati terreni coltivati risalente al XV secolo, infatti sul muro della facciata d’entrata si può notare il resto di un affresco con la data 1473 ed all’interno sotto il porticato uno stemma. Ad uno sguardo non attento la data sembrerebbe un 1273, ma non sarebbe coeva allo stile dell’edificio. Ad un più attento esame, fatto ingrandendo l’immagine, si può decifrare correttamente il 1473, data che giustifica lo stile del caseggiato, tipico dell’epoca. La scritta, sotto riportata, è di difficile decifrazione in quanto incompleta e rovinata da crepe o intonaco rifatto. Il graffito è una probabile dedica ad un reggente del re in Brescia o a memoria di un fatto legato al reggente nominato.
    Vicino all’Americana la vecchia trattoria “Da Pini”, meta degli amanti del ballo, e le cascine Masserdotti e Zanola. “Da Pinì” divenne poi Birreria 501.

    La Cascina Maggia (vedi articolo dettagliato)

    Cascina Lazzarino (già Palazzino)

    vedi articolo dettagliato

    Le notizie principali sono tratte dalla ricerca inedita di Romana Bertocchi e liberamente elaborate da P. Gaffurini.

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

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    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Palazzo Bersini “la casa rosa”

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012) (pag. 45-46). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    Il palazzo che si trova quasi all’uscita del paese, sulla sinistra in direzione di Castenedolo e che occupa i numeri dal 9 al 15 di via Bettole, appartiene da tre generazioni alla famiglia Bersini.

    Fu costruito nella seconda metà dell’Ottocento e rappresentava la casa padronale attorno alla quale si snodava poi la cascina provvista di abitazioni per affittuari e mezzadri, di stalle e di una corte centrale, formando così un vero e proprio quadrilatero. Oltre si estendevano i campi lavorati a maggese, frumento e granoturco, posti alcuni a destra ed altri a sinistra di un lungo sentiero sterrato costeggiato da un fossato e da grossi platani, chiamato da sempre “la strada delle vacche’.

    Ricordi di Federica Bersini

    Il primo proprietario del complesso fu un certo Conte B. di Milano, nonché illustre onorevole che qui trascorreva il suo tempo libero, lontano dalle occupazioni politiche e dal frastuono della vita cittadina. Era, in sostanza, la sua residenza di campagna, che tuttavia non condivideva con la famiglia bensì con l’amante, alla quale aveva affidato il controllo del palazzo in sua assenza e che raggiungeva non appena i gravosi impegni pubblici glielo consentivano. Si narra che dopo qualche anno il Conte sorprese la donna in compagnia di un altro, un certo “fra sercòt”, allora intenzionato ad intraprendere la strada conventuale e che invece, folgorato dal fascino di questa donna, capì quanto quell’incontro fosse stato per lui provvidenziale ed illuminante: decise infatti nel giro di poco di consegnarsi alla vita secolare e pare che in seguito sposasse la donna.

    I coniugi Lucia Ruggeri, originaria di Dello, ed il consorte Enrico Bersini, di Trenzano, acquistarono la proprietà, attratti anche dall’esteso parco che era da poco stato interrotto dal nuovo tracciato stradale (in precedenza infatti arrivava fino in via Lapidario) e che comprendeva un orto ed un frutteto. Lucia Ruggeri ed Enrico Bersini trascorsero qui il resto della loro vita.

    La cascina fu ben presto abitata da contadini e mezzadri che lavoravano i campi attorno ed allevavano il bestiame. Tra i primi vi abitarono i Gamberini, i Calestani ed i Doninelli, cui poi nel corso dei decenni subentrarono i Verzelletti (1961). gli ultimi a risiedervi prima della definitiva ristrutturazione della corte. Nel 1919 proprio nel palazzo nacque l’ultimo figlio dei coniugi, Pietro Bersini detto anche Lino, soprawissuto al tifo che si portò via il suo gemello a pochi mesi dalla nascita. Era Lucia Ruggeri la vera “risidora”, colei che si occupava del menage della casa. Era sempre lei che in tempi di grossi disagi, allestiva sotto il porticato una sorta di mensa per i più poveri, mentre il consorte Enrico, che non mancò mai di starle a fianco, distribuiva buoni che consentivano di acquistare del pane alla bottega. Le donne di casa erano impegnate nei lavori domestici, specialmente il bucato, eseguiti in tinozze di acqua bollente mescolata a cenere ed in seguito a lisciva. Nelle allora limpide e trasparenti acque del Naviglio, esse andavano a risciacquare la biancheria, mentre i ragazzi, nelle afose giornate estive, sempre qui trovavano conforto alla calura rinfrescandosi tra schiamazzi e risa. Si dice che, decenni prima, l’amante del Conte si fosse fatta costruire sulle sponde del Naviglio un gazebo posticcio che le permetteva di farsi il bagno indisturbata, senza essere vista. Sulle rive dello stesso canale, anni dopo si sarebbero ritrovate le ragazze figlie dei mezzadri, che qui si bagnavano e recitando la filastrocca:

    “acqua acquente, bevuta dal serpente, bevuta da Dio, lo bevo anch’io”

    sorseggiavano l’acqua dopo essersi fatte il segno della croce.

    Nei tempi della seconda guerra mondiale il palazzo fu spesso oggetto di visite frequenti, quanto inopportune, di soldati tedeschi, che qui avevano modo di ben rifornirsi e ben approvvigionarsi. Lucia non dimenticò di aiutare i fratelli più svantaggiati; lei come il marito erano profondamente devoti e conformi alla dottrina morale cristiana, tanto da rallegrarsi quando il penultimo figlio Francesco decise di prendere i voti entrando nell’ordine dei Gesuiti. In seguito divenne avvocato del tribunale ecclesiastico della Sacra Rota.

    Affresco interno del Palazzo Bersini

    Fu questa profonda spiritualità che portò, il 28 aprile 1945, Lucia Ruggeri a perdonare colui che forse senza intenzione, il giorno della sospirata liberazione sparando dalla strada, la colpì, con un proiettile che attraversò ben tre porte. La donna intenta ad ascoltare alla radio la lieta notizia non ebbe scampo.

    Negli anni sessanta il giovane Lino, dotato di spirito intraprendente, divenne l’artefice di un’impresa di costruzioni stradali che operava nell’intera provincia. Una volta sposato apportò varie migliorie alla casa, cambiando un po’ anche l’assetto delle stanze e dell’area esterna (giardino ed aia), pur mantenendo pressoché inalterata la struttura originaria del palazzo, confermando così il forte attaccamento ai ricordi ed alle tradizioni di coloro che lo avevano preceduto.
    Ora è Enrico, il suo secondogenito, ad occupare le stanze affrescate della “casa rosa’.

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012) (pag. 45-46). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La Fabbrica – il Cotonificio Schiannini

    La Fabbrica
    Piccolo agglomerato così chiamato per la presenza del Cotonificio Schiannini a ridosso del Naviglio Cerca del quale utilizzava le acque per la produzione di elettricità. La cascina Pagani, la cascina Colombini e il cascinale abitato dalla numerosa famiglia Albini, dagli Scalvenzi, dagli Alberti e Piovanelli completavano il nucleo.

    Il cotonificio Schiannini ha rappresentato per lunghi anni il più importante centro dell’economia a S. Polo, pertanto è significativo conoscerne brevemente la storia, l’evoluzione, la decadenza.
    L’Avv. Giulio Schiannini (per i Sanpolesi che lo conoscono è Giancarlo) ha svolto un’interessantissima ricerca sullo sviluppo dell’industria tessile nel bresciano, quindi anche sul cotonificio di S. Polo, a partire dalla prima metà dell’Ottocento.
    Il cotonificio sorse nel 1847 ad opera di due imprenditori milanesi : Giovambattista Bianconi e Giorgio Leixel, che per primi uscirono dal comprensorio tessile milanese-varesotto-comasco, per volgere lo sguardo verso un territorio, quello bresciano, ricco di acqua (Oglio, Mella, Chiese, Naviglio Grande) e quindi di potenzialità motrice per le nuove macchine industriali. Essi acquistarono in S. Eufemia, località S. Polo, un’antica “razzica” (segheria), nella quale già dal Duecento­-Trecento, si lavorava il legno proveniente dal Trentino. La “razzica” sorgeva su un canale ricavato dal Naviglio Cerca, a sua volta canale secondario del Naviglio Grande Bresciano, le cui acque provenivano dal Chiese.
    Fu la “prima fabbrica bresciana”.
    “Non poteva infatti esser considerato un insieme di fabbriche il coacervo di laboratori nei quali si svolgeva ancora la produzione metallurgica e quella meccanica nelle valli, né le filande ad andamento stagionale sparse nella pianura o le piccole concerie attive alle porte di Brescia e le cartiere gestite, lungo il Toscolano ed il Garza, da una miriade di minuscoli imprenditori secondo i criteri della gestione familiare” (2).

    La fabbrica fu costruita nel 1848 ma non entrò mai in funzione a causa di eventi storici (prima guerra di indipendenza, “dieci giornate di Brescia”) ed una profonda crisi del settore a seguito di tali eventi.
    L’opificio destò l’attenzione da imprenditore di Ercole Lualdi, che fu a lungo deputato del neonato Parlamento italiano, e nel 1852 rilevò la fabbrica di moderna concezione, sia nella struttura, sia nei nuovi criteri di sfruttamento dell’energia elettrica, sia per la dotazione di moderne macchine svizzere, austriache ed inglesi tecnicamente all’avanguardia: due turbine muovono un albero che attraversa verticalmente l’intero edificio costruito su diversi piani; ad esso fa capo un sistema complesso di trasmissioni, una selva di ingranaggi, pulegge e cinghie che raggiunge ogni macchina e la anima (3). Inoltre era “posto in luogo opportunissimo per vicinanza alla città e abbondanza di acqua”(4). L’industriale volle immortalare l’immagine della fabbrica ed incaricò a tale compito il pittore Luigi Ashton. ll quadro di notevoli dimensioni è tuttora visibile nello studio dell’Avv. Giulio Schiannini.

    Purtroppo anche l’opera del Lualdi è destinata ad attraversare un grande periodo di congiuntura ed alla sua morte nel 1890 la fabbrica è chiusa da cinque anni.
    A questo punto fanno la loro comparsa i fratelli Schiannini (Giulio, Alberto, Luigi), che nel 1892 rilevano la fabbrica e danno nuovo impulso all’industria del cotone. Essi aprono nel 1902 un cotonificio anche a Ponte S. Marco e per alimentare la fabbrica scavano dal Chiese un canale, che porta il loro nome ed esiste tuttora: il Canale Schiannini. Al cotonificio era annessa un’officina elettrica, da cui partì nel 1907 una linea che servì per l’illuminazione pubblica di Brescia.

    Dissapori fra i fratelli portò alla divisione della proprietà nel 1927: Luigi ed Alberto ebbero assegnato il cotonificio di Ponte S. Marco, Giulio il cotonificio di S. Eufemia (in S. Polo). Il cotonificio ebbe anni di intensa attività fino al dopoguerra, occupando oltre un centinaio di lavoratori di S. Polo

    Lo sviluppo delle fabbriche nella campagna, con il conseguente sfruttamento delle acque, portò a diverse controversie con i contadini, con proteste, anche vivaci, da parte di questi ultimi.
    «La storia del cotonificio di S. Polo è accompagnata da una leggenda e, come affermava ancora negli anni trenta del novecento il proprietario del cotonificio ex Lualdi, non fu mai troncata. I grossi proprietari terrieri credevano che lo stabilimento non lasciasse defluire le acque, quindi nei mesi di fine estate e di scarsa portata mandavano i contadini alla fabbrica per reclamare le acque, sostenendo addirittura che l’acqua entrando nelle turbine “si schissava” (si schiacciava)(5) Nel dopoguerra iniziò un lento declino fino alla chiusura a metà degli anni sessanta. La proprietà dell’immobile, in parte, è tuttora della famiglia Schiannini e grazie al notevole carteggio ivi rinvenuto è stato possibile al Dott. Giulio ricostruire l’interessante storia della “Fabbrica”.

    Il portone di ingresso nel 2025 (foto Giorgio Gregori 2025)
    Vista dall’interno del cortile (foto Giorgio Gregori 2025)
    Il Naviglio Cerca che lambisce il lato est, diroccato (foto Giorgio Gregori 2025)
    Il lato est (foto Giorgio Gregori 2025)

    Testimonianze di
    Orsola Gafforini, Romanina e Fausta (Gina) Massardi, Angela Roversi, Giulia Copetta.

    La filatura del cotone seguiva un preciso percorso, che partiva dalla balla grezza al filo ritorto o al tessuto. Il cotone veniva ripulito dallo sporco nel battitoio e trasformato in garza bianca (striscia stirata), poi negli stiratoi trasformato in grosse morbide corde. Passava quindi nei filatoi, dove, dalle rocche su cui era avvolta, la grossa corda veniva rimpicciolita sempre più. C’era quindi il passaggio al “rinc” e qui il cotone veniva trasformato in fili sottili sui fusi e quindi sui ritorti, dove veniva data la diversa consistenza, oppure passava alle “aspe” per la trasformazione in matasse. In un altro reparto il filo veniva trasformato in tela lavorata (ad esempio in salviette). C’era pure il reparto tintura. Il lavoro non era particolarmente pesante, ma richiedeva costante attenzione. La polvere era un problema.

    Le testimoni ricordano come uscivano dalla filanda, al termine del turno, imbiancate dalla stessa, emessa dal cotone nella fase di lavorazione. L’unica protezione era una cuffia in testa, usata dalle donne, i cui lunghi capelli potevano impigliarsi nelle macchine.
    Altro problema serio era il freddo invernale. L’ambiente non era riscaldato, per non seccare ed indebolire il cotone mentre veniva lavorato. I proprietari fornivano comunque delle stufette per attenuare il freddo. La maggior parte del personale era composta da donne; i pochi uomini erano addetti soprattutto alla manutenzione dei macchinari ed impianti. Capitava anche che alcune lavoranti venissero chiamate a prestare servizio nella casa padronale, incarico accettato volentieri.
    I rapporti sindacali, per dirimere le questioni contrattuali con i titolari, si risolvevano solitamente senza contrasti e con reciproca soddisfazione. Il rapporto con i datori di lavoro era ottimo . Gli Schiannini erano sempre disponibili verso i dipendenti e non disdegnavano, specie negli ultimi tempi di crisi, di lavorare al loro fianco. In tale periodo spesso i dipendenti ricevevano solo un acconto per mancanza di liquidità da parte dell’impresa.
    I proprietari organizzavano frequentemente gite gratuite per i dipendenti (Genova, Madonna di Campiglio…). Ogni lavoratore aveva il proprio reparto ed il proprio turno e nessuno era invidioso dell’altro. Questo cementava il loro già buon rapporto. Gli uomini facevano spesso i “galletti” con le donne, ma senza esagerare.
    Fra tutti gli uomini le signore ricordano con particolare dolcezza Fausto Albini , persona di grande rettitudine, disponibilità e comprensione verso le donne.
    Un bel ricordo hanno anche dei figli dei datori: Giulio (conosciuto come Giancarlo), Alessandro e Romano, che spesso si intrufolavano fra le lavoranti con grande divertimento per tutti.
    In questo ambiente non sono mancati aneddoti divertenti.
    “Era morto il cagnolino della signora Carola Schiannini e Fausto Albini eseguì un vero e proprio funerale, trasportandolo alla sepoltura su una carriola, fra i pianti della signora”.
    “I fusi erano contenuti in grandi e profondi cassoni dai quali le lavoranti li prelevavano. Quando il cassone era quasi vuoto, capitava che un’operaia, nel chinarsi a prelevare i fusi, vi cadesse dentro a gambe levate, fra le risate delle compagne che andavano a prelevarla”.
    “Poteva capitare che a causa di un forte temporale l’elettricità improvvisamente venisse a mancare. Erano momenti di allegria e divertimento nell’attesa che gli addetti individuassero e riparassero il guasto, meglio se tardavano”.

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.

    integrazione di Giorgio Gregori:

    Il cotonificio Schiannini si trovava in Via Canneto 11, nella località di Sant’Eufemia, Brescia. Anche se oggi è parte dell’area urbana, storicamente questa zona era vicina al quartiere San Polo. Il nome completo era : Filatura e ritorcitura cotone e lana Carlo Alberto Schiannini.

    Epoca di costruzione: Risale al 1860. L’edificio era strutturato attorno a un cortile chiuso su tre lati, tipico delle architetture industriali dell’epoca. Attualmente parte dell’edificio è stata ristrutturata e adibita ad abitazioni. La parte a est invece, che costeggia il Naviglio Cerca, è in rovina. Non sono riuscito ad individuare il punto del canale dove era la ruota di trasmissione. Ringrazio Guglielmo Pagani che durante il nostro colloquio mi ha chiarito vari dubbi.

    in questa immagine da Google Earth, è chiara la struttura dell’edificio, lambito sulla destra dal Naviglio Cerca. Nei pressi, il Laghetto Canneto, che fa parte del Parco delle Cave.

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    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025