L’antico portone in Via Romiglia 6 (foto Giorgio Gregori 2026)
da “Il Giornale di Brescia” del 20 marzo 2022
Il seme è germogliato. Ed ha dato frutti preziosi, ed altri ne darà negli anni, garantendo il futuro ad un luogo di memoria. Del resto, un seme nella terra, per parafrasare il nome del progetto, è promessa di futuro. I primi, importanti, frutti del lavoro di riqualificazione agricola e di solidarietà sociale della Cascina Breda Rossini, in via Romiglia 6 a Brescia (dieci minuti a piedi dalla fermata metro Poliambulanza) si sono visti ieri, giornata di inaugurazione e di restituzione alla città di una realtà che sarà «luogo di cura della terra nel rispetto dei cicli e delle stagioni, cura delle persone e della loro sempre preziosa unicità, cura del lavoro per la dignità umana» come ha sottolineato Irene Marchina, presidente di Fondazione Casa di Dio, la onlus che si è messa in gioco, insieme alle istituzioni, per tradurre il suo importante patrimonio in una rete solidale di spazi condivisi.
La cascina e il lascito
Il fondo «Breda Rossini» in via Romiglia è composto da una cascina e da circa nove ettari di terreno agricolo. Fa parte del patrimonio della Fondazione Casa di Dio (solo quello rurale ammonta a quasi mille ettari ed è diffuso su oltre tredici comuni della nostra provincia) acquisito dall’Ipab Rossini e fu donata, con le relative pertinenze, nel 1836 al Pio Luogo Pericolanti da don Faustino Rossini, fondatore e direttore dell’Istituto femminile, per essere messa a reddito per la necessità dell’Istituto, scopo assolto nel 2012.
Il progetto e i lavori
Il complesso rurale, databile tra il XV e il XVIII secolo, si configura come una corte chiusa costituita da quattro corpi di fabbrica. Al suo interno, si conservano affreschi tardo quattrocenteschi di pregio e camini in marmo e pietra e, per questo, l’edificio è sottoposto a vincolo in quanto di interesse e storico-artistico. Si è reso dunque necessario procedere nel rispetto della struttura esistente. Dal 2015 è stato elaborato l’intervento tecnico preliminare dallo Studio Dabbeni Architetti di Brescia, sulla base del quale è stato indetto un bando, aggiudicato allo Studio Rizzinelli & Vezzoli Architetti associati di Brescia. Il progetto e l’esecuzione delle opere sono stati coordinati dall’arch. Pietro Balzani con il supporto dell’arch. Anna Maria Basso Bert della Soprintendenza di Brescia. I lavori sono stati aggiudicati e realizzati dall’impresa edile Spam di Artogne a partire dal luglio 2020.
Le destinazioni d’uso della Cascina sono di carattere agricolo, servizi per la disabilità e residenziale.
La parte agricola è connessa all’agriturismo «Tenuta urbana» che sarà gestito dall’azienda agricola «Fattoria Paradello» di Rodengo Saiano con un contratto ventennale sottoscritto con la Fondazione Casa di Dio. L’azienda condurrà il Fondo e riqualificherà i terreni, gestirà un punto vendita di prodotti a chilometro zero. Per l’assegnazione, la Fondazione si è avvalsa della consulenza dei professori Gianni Scudo e Roberto Spigarolo che hanno operato in sinergia con Bioregione del Politecnico di Milano. Gli ampi spazi della corte chiusa sono destinati allo svolgimento di attività di tipo sociale aperte al territorio.
Per la disabilità
Nella Cascina sarà operativo a breve il Centro socio-educativo di Fobap-Anffas che si trasferirà dalla storica sede di via Divisione Acqui. Avrà a disposizione gli spazi di via Romiglia per trent’anni: ogni giorno il Centro accoglie una trentina di persone con disabilità intellettiva già in possesso di molte abilità. Gli educatori ne incentivano autonomia e competenze comunicative.
Residenziale
Alla «Breda Rossini» sono stati realizzati sei alloggi da affittare a canone calmierato, di cui uno già assegnato alla cooperativa «La Mongolfiera» per attivare un gruppo-appartamento per l’autonomia abitativa di disabili giovani-adulti con livelli di capacità sufficienti per sperimentarsi, con supporto adeguato, in una situazione di vita indipendente. Il pensiero va al «dopo di noi», quando queste persone non avranno più i genitori, ma anche all’ora e al diritto di progettare la propria vita e il proprio futuro.
I costi
L’investimento per la riqualificazione agricola e per la solidarietà sociale della «Breda Rossini» è stato di 2,6 milioni di euro. Un milione è stato il contributo di Fondazione Cariplo, a valere sul bando emblematico maggiore 2020. I rimanenti 1,6 milioni sono a carico della Fondazione Casa di Dio che ha sottoscritto un mutuo decennale di un milione di euro e il rimanente lo ha già finanziato con risorse proprie.
da “Il Giornale di Brescia” del 20 marzo 2022
Hai ricordi e/o immagini di questa cascina prima della ristrutturazione? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com Grazie!
si trova in Via Bissolati 60, di fronte alla Poliambulanza.
Il Comune di Brescia è proprietario della cascina Rosa; su tale edificio è stato eseguito un intervento di ristrutturazione che ha consentito di ricavare otto alloggi (finanziati dal terzo e quarto biennio della legge n. 457 del 1978) e al piano terra tre locali da destinare a servizi pubblici (adatti per la sede di gruppi e associazioni ricreative socio-culturali).
Cascina Rosa lato ovest (foto Giorgio Gregori 2026)Cascina Rosa lato nord (foto Giorgio Gregori 2026)La Cascina Rosa lato sud (fotografia Anna Compagnoni 2026)
Hai ricordi e/o immagini di questa cascina prima della ristrutturazione? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com Grazie!
Questo elenco si trova nel volume di Primo Gaffurini “Come eravamo”, da pag 246 a pag 265 c’è la testimonianza di Graziano Drera relativa ad alcune storie delle “Case” con episodi di vita nelle osterie, in particolare quella di “Maria Canela”.
Osteria “de Paleta” poi del “Borgo” – al Borgo via Casotti
Osteria “La Gatta’ – al Borgo via Ponte
Osteria “Al Cavallino” – al Chioderolo
Osteria “Al Brentatore Vino Buono” inizio Via Ponte
Osteria de “Bonèt” -via S. Polo
Osteria de “Mòmi” – via S. Polo
Osteria “Dopolavoro Circolo Combattenti e Reduci” via S. Polo
Circolo ENAL – via S. Polo
Osteria ACLI – via S. Polo
Osteria “Da Pini” – Balera a S. Polo verso Brescia
“Licensì del Lino” – Gerole
Osteria da “Maria Canela”(ora “Trattoria del Gallo”) – Case
Osteria da “Presèi” – Case
Quali di queste osterie sono ancora attive? Dove si trovavano queste antiche osterie?
Hai ricordi e/o immagini delle osterie di San Polo?
In un montaggio di due immagini, guardando verso ovest la panoramica dalla torre di Via Raffaello relativa al quartiere in costruzione nel 1980, Via Raffaello vicino alla cascina Aurora, sullo sfondo le case quasi ultimate di via Tiziano. (foto Pasquale Zaccone 1980)Fotografia scatta dalla torre di Via Raffaello, guardando verso ovest. Sulla destra in basso la cascina Aurora, in primo piano le fondamenta delle prime schiere di Via Raffaello. Non esistono ancora gli edifici per gli artigiani. (foto Pasquale Zaccone 1980)Dalla torre di Via Raffaello, guardando verso ovest, le fondamenta delle schiere intorno alla cascina Aurora. Sullo sfondo si notano le case a spina di Via Tiziano e più lontano le case a schiera, non è stata ancora costruita la torre di Via Tiziano. (foto Pasquale Zaccone 1980)Dalla torre di via Raffaello, l’inquadratura si sposta in direzione nord-ovest. Il prato vicino alla gru aspetta di ospitare le varie case a schiera di Via Raffaello. Sullo sfondo la città, a sinistra le varie costruzioni di Via Tiziano, in centro la cascina Riscatto. Il prato davanti alla cascina diventerà un parco. Non è ancora stata costruita la torre di Via Tiziano (foto Pasquale Zaccone 1980)Dalla torre di Via Raffaello, sguardo verso nord, le case a “spina”. Sulla destra, dove è depositato il materiale da costruzione, verrà creato il parco di Via Raffaello. Sullo sfondo le scuole. (fotografia Pasquale Zaccone 1980) Dalla torre di Via Raffaello, lo sguardo va verso est. Si vedono sullo sfondo le case a spina di Via Michelangelo, a sinistra le prime case a schiera con all’estrema sinistra la cascina Bredina. (fotografia di Pasquale Zaccone, 1980)1980, dalla torre di Via Raffaello, sguardo verso sud. In costruzione le case “a spina”, a sinistra dove c’è il prato sorgerà il centro “la Mela”, dall’altra parte della strada, dove c’è il camion, sorgerà la chiesa. (fotografia di Pasquale Zaccone, 1980)1980 – operai (fotografia di Pasquale Zaccone)1980 – operai (fotografia di Pasquale Zaccone)1980 – traversa di Via Tiziano (fotografia di Pasquale Zaccone)1979 – la moglie del fotografo guarda le case in costruzione in Via Tiziano. Chissà quando sarà pronta, la loro casa (fotografia di Pasquale Zaccone)1979 – la casa del fotografo – i primi muri (fotografia di Pasquale Zaccone)1980 – la casa è quasi finita! (fotografia di Pasquale Zaccone)1979 – i primi tubi del teleriscaldamento (foto di Pasquale Zaccone)1980 – le case di Via Tiziano sono quasi ultimate, via Giotto viene asfaltata (foto di Pasquale Zaccone)
Ringraziamo il fotografo Pasquale Zaccone che ci ha concesso la pubblicazione di varie fotografie del quartiere in costruzione che aveva scattato nel 1979-1980, in particolare nella zona Via Raffaello – Via Tiziano
Il Piano di Gestione Rischio Alluvioni (PGRA) è lo strumento operativo previsto dalla legge italiana, in particolare dal d.lgs. n. 49 del 2010, che dà attuazione alla Direttiva Europea 2007/60/CE, per individuare e programmare le azioni necessarie a ridurre le conseguenze negative delle alluvioni per la salute umana, per il territorio, per i beni, per l’ambiente, per il patrimonio culturale e per le attività economiche e sociali. Esso deve essere predisposto a livello di distretto idrografico.
Il PGRA del distretto idrografico padano, redatto dall’Autorità di Bacino del Fiume Po, è stato approvato con DPCM del 27 ottobre 2016.
Successivamente, con DGR 6738 del 19/06/2017, Regione Lombardia ha approvato le Disposizioni concernenti l’attuazione del PGRA nel settore urbanistico e di pianificazione dell’emergenza, definendo la normativa che i Comuni devono applicare nella fase transitoria, fino all’adeguamento degli strumenti urbanistici comunali.
Il Comune di Brescia, con deliberazione di Giunta Comunale n. 763 del 6 dicembre 2016 ha avviato il procedimento di adeguamento della Componente geologica del PGT al PGRA e con delibera di C.C. n. 34 del 16.04.2018 PG 88759 (Pagine informative) ha adottato la variante.
Per ulteriori approfondimenti si possono consultare:
Il Sito internet di Regione Lombardia dedicato al PGRA dal quale è possibile accedere alla cartografia del PGRA e agli atti deliberativi di adozione e approvazione del dello stesso e della variante normativa al PAI.
Le Norme di Attuazione del PAI (NdA PAI)
Il Sito internet dell’Autorità di Bacino del Fiume Po dove è possibile consultare i PGRA.
cartina, aggiornata al 2022, relativa al rischio idrogeologico della zona di San Polo
La seguente nota storica è tratta dalla “Enciclopedia Bresciana” di Mons. Fappani.
nota: purtroppo il grande Fappani per questo capitolo non ha fatto revisionare bene le bozze, talvolta il testo è confuso e forse tagliato. Infatti, dopo aver accennato all’alluvione a Lumezzane del 1929, c’è un capitolo ingarbugliato relativo al 1940 dove si parla di San Polo . Non si accenna alle disastrose alluvioni degli anni ’50 a San Polo, descritte nei libri di Gaffurini e che mi sono state raccontate anche dalla sig.ra Lina. Approfittando del fatto che l’enciclopedia è ferma a vent’anni fa, talvolta mi sono permesso, riportandola, di mettere un pò d’ordine.
Rilevante rimase nei secoli il problema degli allagamenti dovuti al percorso pedemontano del Canale (Il Naviglio Grande) nel quale le acque di un bacino imbrifero di circa 80 Km quadrati, nella evenienza di piogge dirotte, venivano ad assumere notevole ed irruente portata. Le «bocche» di sponda sinistra erano insufficienti a smaltire la massa d’acqua torrentizia proveniente in gran copia dalla valle Giava di Nuvolera e dalla immensa Valverde che da S. Eufemia giunge a Serle. Gli abitanti di S. Eufemia e di S. Polo venivano raggiunti dalla maggior copia d’acqua e specialmente a San Polo dove giunge anche il torrente Garza, si verificarono imponenti alvei con i conseguenti danni.
Torrenti e canali gonfi di acqua inondarono l’8 maggio la periferia cittadina e specialmente Porta Trento e S. Polo Corso Vittorio Emanuele, piazzale Roma via Corsica colpì l’alluvione dell’8 luglio 1940 (nota: non si capiscono le date)
Di proporzioni imponenti fu il 7 maggio 1930 l’allagamento della periferia cittadina. Per evitare, nella evenienza di piene del Naviglio, allagamenti e danni, l’amministrazione provvede a far scaricare a Gavardo le acque di concessione nell’alveo torrentizio del Chiese, aprendo anche tutte le «bocche» lungo il suo percorso. (fine dell’estratto dalla “Enciclopedia Bresciana”)
Le alluvioni a Brescia nei secoli possiamo dividerle in tre grandi filoni:
a ovest, a causa di esondazioni del fiume Mella
al centro, causate da esondazioni del fiume Garza, in particolare quando questo fu deviato per attraversare il centro cittadino. Nel 1797 il letto del fiume da dove ora c’è Porta Trento fu deviato ancora, verso ovest, per circondare in senso antiorario le antiche mura venete, arrivare a Canton Mombello e dirigersi verso sud e verso San Polo. E’ la situazione attuale. (importante; vedi le importanti considerazioni di Robecchi “Aqua brixiana” pag 141)
a est, il Naviglio Grande poteva ricevere grandi quantità di acqua dalla Valverde a Botticino/Nuvolera, per poi scaricarsi a sud, verso San Polo.
Testimonianza di Filippo Fornari riferita alla zona di Botticino:
“…Quando abitavo a Botticino Sera (quindi tra il 1979 ed il 1985) una mattina , forse era autunno, fummo svegliati prima delle sei di mattina dallo scampanio del prete di Botticino Sera. Uno scampanio mai sentito, insistente, rumoroso, fastidioso, al punto che più o meno tutti ci alzammo dal letto per capire se il prete era impazzito e che altro. Fu così che vedemmo una enorme e nerissima nube che saliva dalla bassa verso Botticino Sera. Fu una vera fortuna che fossimo tutti svegli perché quella nube si scaricò sulle pendici della Maddalena e dalla stessa e da San Gallo scesero vere e proprie valanghe di acqua. La Via Valverde, dove abitavo io (zona campi da tennis) era un fiume in piena con dentro rami rotti, oggetti, di tutto e trascinava via tutto quello che trovava. Essere svegli fu la nostra fortuna perché in qualche modo arginammo il danno alzando mobilio, libri, materiale che giaceva a terra, presto in casa nostra ci fu una spanna d’acqua; ma, scope alla mano, in qualche modo abbiamo fatto fronte. L’acqua si fermò nel Villaggio Marcolini (zona Scuole medie) dove superò abbondantemente il metro di altezza. Una nonnina che si era rifugiata per la paura nella cantina della sua villetta annegò. Non so se è pertinente, ma fu l’episodio che fece rendere conto alla gente che non bastava fare conto solo sui vigili del fuoco, perché in caso di calamità naturale non possono essere dappertutto, dovunque e sempre e nacque così la protezione civile della Val Carobbio.
Di seguito un estratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.
Il 1950 è tristemente ricordato per le disastrose alluvioni che colpirono il Polesine. Anche San Polo ebbe, purtroppo, il proprio Polesine con le alluvioni dell’ex cava di via Vittorio Arici e del Chioderolo, causate dall’esondazione del Naviglio e del Garza.
Alluvione ex cava via Arici Ricordi di Primo Gaffurini “AI tempo lo via Arici era una strada sterrata di campagna, che si snodava fra due filari di alti alberi (soprattutto platani, ma anche olmi, ontani e salici) e delimitata da due canali irrigui (fossi). Seguendo un percorso, che rispecchia l’attuale, costeggiava nel tratto iniziale una vasta depressione, oggi quasi completamente occupata da abitazioni, che era una ex cava dismessa alla fine degli anni ’40. Persisteva una sola piccola cava, lo “draga” Alghisi, che funzionava con il carrello a fune, che dragava lo sabbia sotto il livello della falda acquifera, formando il caratteristico laghetto da cava, di cui era, ed è, costellato il suolo di San Polo. Allegato alla draga lo ditta Alghisi aveva anche un frantoio per lo produzione di bitume per l’asfalto delle strade. La cava si estendeva verso sud fino all’argine della “fossa”, un canale di derivazione dal Naviglio. A detta di molti, all’epoca, l’eccessiva vicinanza dell’escavazione all’argine, lo indebolì e fu concausa del disastro awenuto. La depressione si estendeva a sud della via Arici dalla casa dei Pagani (ramo del “Borgo”) fino alla casa dei Cantaboni. Fra queste due abitazioni ve n’erano poche altre: lo casa dei Ghidoni (oggi Zanoni), lo casa dei Gaffurini {Gino} e lo casa degli Spagnoletti. Tali abitazioni erano costruite sul fondo della depressione ed avevano lo parte abitata a livello della strada, tranne lo nostra casa (Gaffurini), abitata nella parte bassa perché non era ancora stato costruito il piano a livello strada. L’autunno del 1950 fu caratterizzato da piogge torrenziali, che provocarono l’esondazione di vari fiumi. Tra questi anche il Naviglio. In via Arici riversò le proprie acque nella depressione ex cava, iniziando ad erodere l’argine della “fossa”, finché, in piena notte, cedette e le acque del Naviglio invasero lo depressione. Quella notte, sotto una pioggia torrenziale, con il fosso passante davanti a casa che straripava creando un torrentello lungo lo rampa di accesso alla nostra abitazione e l’acqua del Naviglio che iniziava ad invadere lo casa, fummo costretti ad abbandonarla. Caricammo le nostre povere e poche masserizie sul “Dodge” di “Bigiolu” Cantaboni e ci rifugiammo dai nostri parenti. “ Il giorno dopo agli occhi di chi passava in via Arici si presentava l’angosciante spettacolo di un lago su cui galleggiavano le cose non portate in salvo dalla nostra casa e dalle cantine delle altre abitazioni: tutta lo depressione era invasa da tre metri d’acqua. Solo dopo oltre un anno, riparato l’argine della “fossa”, potemmo ritornare a lavorare alla nostra casa per costruire il piano superiore. La “fossa”, il cui argine cedette, iniziava ad est del Cotonificio Schiannini, in località “discaric”, ove esisteva una chiusa che permetteva l’immissione dell’acqua del Naviglio nella “fossa” stessa. Essa alimentava turbine per lo produzione di energia elettrica per il Cotonificio e si ricongiungeva con il Naviglio poco oltre lo cava Alghisi. Nella striscia di terra compresa fra Naviglio e “fossa” sorgevano il Cotonificio, la “Fabbrica”, piccolo nucleo di abitazioni di buona parte degli operai del cotonificio e un terreno coltivato.
Nella parte terminale della striscia di terra di mezzo si era formato un cuneo boschivo: “la cuä” (coda) o “Boschetta”, regno di giochi di noi ragazzi della via Arici. Vi si accedeva, per i più coraggiosi, tramite una “liana” volante formata da vecchi copertoni di bicicletta, appesa ad un albero. La “fossa” (larga circa due metri), si superava al volo aggrappati alla “liana’: Non erano infrequenti i bagni dovuti ad errato calcolo dello stacco. Il calcolo matematico si sperimentava anche così. Nella “boschetta” in autunno al momento della “pasadä” (passo, migrazione) degli uccelli “Gino Gafurì” erigeva il suo capanno da caccia, la cui costruzione era demandata a noi ragazzi, con nostra grande soddisfazione!!.
Allagamento Chioderolo Nello stesso periodo il Naviglio esondava anche al Chioderolo, piccolo agglomerato di case a nord-est del Borgo che sorge proprio all’incrocio fra Garza e Naviglio. Prima del ponte sul Garza esisteva, ed esiste tuttora, un attraversamento a sifone “el salt del gatt” (salto del gatto), un sistema di comunicazione dei canali, basato sul principio dei vasi comunicanti. Il Naviglio confluisce nel Garza al Chioderolo. Pochi metri prima della confluenza si divide formando un canale che sotto passa il Garza, appunto “el salt del gatt”.
La confluenza del Naviglio nel Garza al “salt del gatt” in Via Chiodarolo (foto Giorgio Gregori 2025)
Questo canale andava poi ad azionare la ruota del mulino delle famiglie Bandera.
la ruota del mulino, ormai non funzionante (foto Giorgio Gregori 2025)
Negli autunni molto piovosi Garza e Naviglio esondavano, allagando le vicine case, che erano ad un livello inferiore alla strada. Dalle memorie di Renato Lelio Saetti: “L’attuale sponda del Garza era molto più bassa dalla parte della nostra casa. Quando Garza e Naviglio esondavano lo nostra casa era invasa da oltre un metro d’acqua. Si cercava di fermarla chiudendo lo porta, ma lo forza era tale che lo sfondava irrompendo in casa con una violenza da far paura. Per ovviare a questi frequenti disastri, dapprima mio padre costruì davanti alla porta d’ingresso una chiusa con guarnizioni, che potesse resistere alla furia dell’acqua.
Il sistema funzionò in parte. All’interno si rimaneva isolati e si doveva buttar fuori a secchi l’acqua che si infiltrava, ma i danni erano meno rilevanti. Era poi costruita una passerella di assi e cavalletti, che dalla strada arrivava alle nostre finestre: attraverso questa passerella la gente ci portava gli alimenti, finché le acque del Garza, diminuendo di livello, defluivano dal brolo che circondava lo nostra casa.
Più avanti negli anni innalzammo a spese nostre e delle famiglie Bandera, interessate dallo stesso preoccupante fenomeno, le sponde del Garza, ponendo fine all’angoscia che ci prendeva ad ogni autunno e, soprattutto, ai disagi e danni derivanti”
Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.
Hai ricordi e/o immagini delle alluvioni a San Polo, in particolare intorno agli anni ’50? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com Grazie!
Inaugurata nel 1960, dalla caratteristica facciata con profilo ogivale, e un’unica navata interna.
Di particolare pregio le decorazioni del grande murale dell’abside, affidate ad Oscar di Prata che ha raffigurato l’episodio della conversione di San Paolo che dà il nome alla chiesa.
Da vedere, nella cappella adiacente alla chiesa l’antica pala di Antonio Gandino con “Madonna e santi Antonio, Pietro e Paolo”, e la “Immacolata” di notevole fattura benché di autore ignoto.
A metà via Cadizzoni sorgeva la grande cascina Orizio con le sue attività agricole, mentre all’inizio della stessa strada vi era l’importante cascina Cavalieri, del conte Cavalieri. Fittavoli le famiglie Lorini e Lumini .
la cascina Cadizzoni (foto Gaffurini)
Sulla parete est della stessa, che si affacciava sullo “stradone” (la via per Mantova), era collocata in bella vista una targa in pietra con la scritta: “Malghesi di Collio qui non ne voglio”, fatta collocare dal proprietario dopo essere stato gabbato da un malghese valtrumplino che aveva fatto pascolare la propria mandria nei terreni Cavalieri senza rispettare i patti stipulati. Secondo la tradizione dell’epoca i valligiani in inverno, con la transumanza, scendevano in pianura per “mangiare il fieno”, cioè portavano le mucche nelle stalle della pianura ricche di fieno. Il patto fra malghese e fattore prevedeva che il pagamento awenisse quando il malghese avesse staccato le cavezze delle mucche dalla “traiss”, la tramoggia, al termine della stagione.
Il furbo malghese di Collio al momento di partire sfilò la cavezza dal collo delle mucche e la lasciò legata alla tramoggia. Nulla poté fare contro di lui il fattore, ma a scanso di ulteriori gabbate fece apporre la targa.
Un antico portale della Cascina Cadizzoni (foto Gaffurini)
All’inizio dell’ omonima via , in una derivazione senza uscita, la grande cascina che era gestita dagli Scaroni con annessa una piccola chiesetta, e la cascina Salvalai .
Via Maggia, la strada senza uscita e la cascina Maggia. Sullo sfondo la torre di Via Tiziano, raggiungibile con un percorso pedonale e pista ciclabile (foto Giorgio Gregori 2026)
Poco più avanti, verso la Volta, vi erano “Le Squarie”, ossia il deposito del rifiuti urbani della ditta Ceresetti e Rossi, appaltatrice della raccolta rifiuti e pulitura delle strade per conto del Comune di Brescia. Nel deposito avveniva poi la suddivisione e lo smistamento dei materiali, (la plastica ancora non era in uso). Le “squarie” (rifiuti) venivano utilizzate come concime per i campi ed erano oggetto di ulteriore cernita da parte della popolazione, che vi rovistava alla ricerca di materiale riciclabile.
Il complesso della Cascina Maggia a Brescia è sorto probabilmente nel XIV secolo per volere dei Conti Maggi, storica famiglia bresciana, fungendo sia da residenza di villeggiatura che da azienda agricola.
La proprietà passò dalla famiglia Maggi alla Contessa Martinoni Caleppio, che poi la vendette al Comune di Brescia nell’anno XXXX. L’edificio è stato catalogato come Bene Culturale e dopo la ristrutturazione aveva l’ambizione di diventare un nodo chiave per la “cintura verde” urbana, includendo ostello, spazi di coworking e servizi sociali, spazio al servizio dei camper, un ristorante.
Il progetto è durato alcuni anni, attualmente è tutto chiuso in attesa di una nuova gestione e un nuovo progetto.
La chiesetta presso la Cascina Maggia (foto Giorgio Gregori 2026)Sul lato destro della chiesetta scorre una roggia. sullo sfondo si intravede la Cascina Salvalai. (foto Giorgio Gregori 2026)La cascina Maggia vista da Google Earth