Tag: Giorgio Gregori

  • Le grandi alluvioni

    Premessa (aggiornata al 2026_01)

    Il Piano di Gestione Rischio Alluvioni (PGRA) è lo strumento operativo previsto dalla legge italiana, in particolare dal d.lgs. n. 49 del 2010, che dà attuazione alla Direttiva Europea 2007/60/CE, per individuare e programmare le azioni necessarie a ridurre le conseguenze negative delle alluvioni per la salute umana, per il territorio, per i beni, per l’ambiente, per il patrimonio culturale e per le attività economiche e sociali. Esso deve essere predisposto a livello di distretto idrografico.

    Il PGRA del distretto idrografico padano, redatto dall’Autorità di Bacino del Fiume Po, è stato approvato con DPCM del 27 ottobre 2016.

    Successivamente, con DGR 6738 del 19/06/2017, Regione Lombardia ha approvato le Disposizioni concernenti l’attuazione del PGRA nel settore urbanistico e di pianificazione dell’emergenza, definendo la normativa che i Comuni devono applicare nella fase transitoria, fino all’adeguamento degli strumenti urbanistici comunali.

    Il Comune di Brescia, con deliberazione di Giunta Comunale n. 763 del 6 dicembre 2016 ha avviato il procedimento di adeguamento della Componente geologica del PGT al PGRA e con delibera di C.C. n. 34 del 16.04.2018 PG 88759 (Pagine informative) ha adottato la variante.

    Per ulteriori approfondimenti si possono consultare:

    Il Sito internet di Regione Lombardia dedicato al PGRA dal quale è possibile accedere alla cartografia del PGRA e agli atti deliberativi di adozione e approvazione del dello stesso e della variante normativa al PAI.

    Le Norme di Attuazione del PAI (NdA PAI)

    Il Sito internet dell’Autorità di Bacino del Fiume Po dove è possibile consultare i PGRA.

    cartina, aggiornata al 2022, relativa al rischio idrogeologico della zona di San Polo


    La seguente nota storica è tratta dalla “Enciclopedia Bresciana” di Mons. Fappani.

    nota: purtroppo il grande Fappani per questo capitolo non ha fatto revisionare bene le bozze, talvolta il testo è confuso e forse tagliato. Infatti, dopo aver accennato all’alluvione a Lumezzane del 1929, c’è un capitolo ingarbugliato relativo al 1940 dove si parla di San Polo . Non si accenna alle disastrose alluvioni degli anni ’50 a San Polo, descritte nei libri di Gaffurini e che mi sono state raccontate anche dalla sig.ra Lina. Approfittando del fatto che l’enciclopedia è ferma a vent’anni fa, talvolta mi sono permesso, riportandola, di mettere un pò d’ordine.


    dalla Enciclopedia Bresciana

    https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=INONDAZIONI

    Rilevante rimase nei secoli il problema degli allagamenti dovuti al percorso pedemontano del Canale (Il Naviglio Grande) nel quale le acque di un bacino imbrifero di circa 80 Km quadrati, nella evenienza di piogge dirotte, venivano ad assumere notevole ed irruente portata. Le «bocche» di sponda sinistra erano insufficienti a smaltire la massa d’acqua torrentizia proveniente in gran copia dalla valle Giava di Nuvolera e dalla immensa Valverde che da S. Eufemia giunge a Serle. Gli abitanti di S. Eufemia e di S. Polo venivano raggiunti dalla maggior copia d’acqua e specialmente a San Polo dove giunge anche il torrente Garza, si verificarono imponenti alvei con i conseguenti danni.

    Torrenti e canali gonfi di acqua inondarono l’8 maggio la periferia cittadina e specialmente Porta Trento e S. Polo Corso Vittorio Emanuele, piazzale Roma via Corsica colpì l’alluvione dell’8 luglio 1940 (nota: non si capiscono le date)

    Di proporzioni imponenti fu il 7 maggio 1930 l’allagamento della periferia cittadina. Per evitare, nella evenienza di piene del Naviglio, allagamenti e danni, l’amministrazione provvede a far scaricare a Gavardo le acque di concessione nell’alveo torrentizio del Chiese, aprendo anche tutte le «bocche» lungo il suo percorso. (fine dell’estratto dalla “Enciclopedia Bresciana”)


    Le alluvioni a Brescia nei secoli possiamo dividerle in tre grandi filoni:

    • a ovest, a causa di esondazioni del fiume Mella
    • al centro, causate da esondazioni del fiume Garza, in particolare quando questo fu deviato per attraversare il centro cittadino. Nel 1797 il letto del fiume da dove ora c’è Porta Trento fu deviato ancora, verso ovest, per circondare in senso antiorario le antiche mura venete, arrivare a Canton Mombello e dirigersi verso sud e verso San Polo. E’ la situazione attuale. (importante; vedi le importanti considerazioni di Robecchi “Aqua brixiana” pag 141)
    • a est, il Naviglio Grande poteva ricevere grandi quantità di acqua dalla Valverde a Botticino/Nuvolera, per poi scaricarsi a sud, verso San Polo.

    Testimonianza di Filippo Fornari riferita alla zona di Botticino:

    …Quando abitavo a Botticino Sera (quindi tra il 1979 ed il 1985) una mattina , forse era autunno, fummo svegliati prima delle sei di mattina dallo scampanio del prete di Botticino Sera. Uno scampanio mai sentito, insistente, rumoroso, fastidioso, al punto che più o meno tutti ci alzammo dal letto per capire se il prete era impazzito e che altro.
    Fu così che vedemmo una enorme e nerissima nube che saliva dalla bassa verso Botticino Sera. Fu una vera fortuna che fossimo tutti svegli perché quella nube si scaricò sulle pendici della Maddalena e dalla stessa e da San Gallo scesero vere e proprie valanghe di acqua. La Via Valverde, dove abitavo io (zona campi da tennis) era un fiume in piena con dentro rami rotti, oggetti, di tutto e trascinava via tutto quello che trovava. Essere svegli fu la nostra fortuna perché in qualche modo arginammo il danno alzando mobilio, libri, materiale che giaceva a terra, presto in casa nostra ci fu una spanna d’acqua; ma, scope alla mano, in qualche modo abbiamo fatto fronte. L’acqua si fermò nel Villaggio Marcolini (zona Scuole medie) dove superò abbondantemente il metro di altezza. Una nonnina che si era rifugiata per la paura nella cantina della sua villetta annegò. Non so se è pertinente, ma fu l’episodio che fece rendere conto alla gente che non bastava fare conto solo sui vigili del fuoco, perché in caso di calamità naturale non possono essere dappertutto, dovunque e sempre e nacque così la protezione civile della Val Carobbio.


    Di seguito un estratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.


    Il 1950 è tristemente ricordato per le disastrose alluvioni che colpirono il Polesine.
    Anche San Polo ebbe, purtroppo, il proprio Polesine con le alluvioni dell’ex cava di via Vittorio Arici e del Chioderolo, causate dall’esondazione del Naviglio e del Garza.

    Alluvione ex cava via Arici
    Ricordi di Primo Gaffurini
    “AI tempo lo via Arici era una strada sterrata di campagna, che si snodava fra due filari di alti alberi (soprattutto platani, ma anche olmi, ontani e salici) e delimitata da due canali irrigui (fossi). Seguendo un percorso, che rispecchia l’attuale, costeggiava nel tratto iniziale una vasta depressione, oggi quasi completamente occupata da abitazioni, che era una ex cava dismessa alla fine degli anni ’40. Persisteva una sola piccola cava, lo “draga” Alghisi, che funzionava con il carrello a fune, che dragava lo sabbia sotto il livello della falda acquifera, formando il caratteristico laghetto da cava, di cui era, ed è, costellato il suolo di San Polo. Allegato alla draga lo ditta Alghisi aveva anche un frantoio per lo produzione di bitume per l’asfalto delle strade. La cava si estendeva verso sud fino all’argine della “fossa”, un canale di derivazione dal Naviglio.
    A detta di molti, all’epoca, l’eccessiva vicinanza dell’escavazione all’argine, lo indebolì e fu concausa del disastro awenuto. La depressione si estendeva a sud della via Arici dalla casa dei Pagani (ramo del “Borgo”) fino alla casa dei Cantaboni. Fra queste due abitazioni ve n’erano poche altre: lo casa dei Ghidoni (oggi Zanoni), lo casa dei Gaffurini {Gino} e lo casa degli Spagnoletti.
    Tali abitazioni erano costruite sul fondo della depressione ed avevano lo parte abitata a livello della strada, tranne lo nostra casa (Gaffurini), abitata nella parte bassa perché non era ancora stato costruito il piano a livello strada.
    L’autunno del 1950 fu caratterizzato da piogge torrenziali, che provocarono l’esondazione di vari fiumi. Tra questi anche il Naviglio. In via Arici riversò le proprie acque nella depressione ex cava, iniziando ad erodere l’argine della “fossa”, finché, in piena notte, cedette e le acque del Naviglio invasero lo depressione. Quella notte, sotto una pioggia torrenziale, con il fosso passante davanti a casa che straripava creando un torrentello lungo lo rampa di accesso alla nostra abitazione e l’acqua del Naviglio che iniziava ad invadere lo casa, fummo costretti ad abbandonarla. Caricammo le nostre povere e poche masserizie sul “Dodge” di “Bigiolu” Cantaboni e ci rifugiammo dai nostri parenti. “
    Il giorno dopo agli occhi di chi passava in via Arici si presentava l’angosciante spettacolo di un lago su cui galleggiavano le cose non portate in salvo dalla nostra casa e dalle cantine delle altre abitazioni: tutta lo depressione era invasa da tre metri d’acqua. Solo dopo oltre un anno, riparato l’argine della “fossa”, potemmo ritornare a lavorare alla nostra casa per costruire il piano superiore. La “fossa”, il cui argine cedette, iniziava ad est del Cotonificio Schiannini, in località “discaric”, ove esisteva una chiusa che permetteva l’immissione dell’acqua del Naviglio nella “fossa” stessa. Essa alimentava turbine per lo produzione di energia elettrica per il Cotonificio e si ricongiungeva con il Naviglio poco oltre lo cava Alghisi.
    Nella striscia di terra compresa fra Naviglio e “fossa” sorgevano il Cotonificio, la “Fabbrica”, piccolo nucleo di abitazioni di buona parte degli operai del cotonificio e un terreno coltivato.

    Nella parte terminale della striscia di terra di mezzo si era formato un cuneo boschivo: “la cuä” (coda) o “Boschetta”, regno di giochi di noi ragazzi della via Arici. Vi si accedeva, per i più coraggiosi, tramite una “liana” volante formata da vecchi copertoni di bicicletta, appesa ad un albero. La “fossa” (larga circa due metri), si superava al volo aggrappati alla “liana’: Non erano infrequenti i bagni dovuti ad errato calcolo dello stacco. Il calcolo matematico si sperimentava anche così. Nella “boschetta” in autunno al momento della “pasadä” (passo, migrazione) degli uccelli “Gino Gafurì” erigeva il suo capanno da caccia, la cui costruzione era demandata a noi ragazzi, con nostra grande soddisfazione!!.

    Allagamento Chioderolo
    Nello stesso periodo il Naviglio esondava anche al Chioderolo, piccolo agglomerato di case a nord-est del Borgo che sorge proprio all’incrocio fra Garza e Naviglio. Prima del ponte sul Garza esisteva, ed esiste tuttora, un attraversamento a sifone “el salt del gatt” (salto del gatto), un sistema di comunicazione dei canali, basato sul principio dei vasi comunicanti. Il Naviglio confluisce nel Garza al Chioderolo. Pochi metri prima della confluenza si divide formando un canale che sotto passa il Garza, appunto “el salt del gatt”.

    La confluenza del Naviglio nel Garza al “salt del gatt” in Via Chiodarolo (foto Giorgio Gregori 2025)

    Questo canale andava poi ad azionare la ruota del mulino delle famiglie Bandera.

    la ruota del mulino, ormai non funzionante (foto Giorgio Gregori 2025)

    Negli autunni molto piovosi Garza e Naviglio esondavano, allagando le vicine case, che erano ad un livello inferiore alla strada.
    Dalle memorie di Renato Lelio Saetti:
    “L’attuale sponda del Garza era molto più bassa dalla parte della nostra casa. Quando Garza e Naviglio esondavano lo nostra casa era invasa da oltre un metro d’acqua. Si cercava di fermarla chiudendo lo porta, ma lo forza era tale che lo sfondava irrompendo in casa con una violenza da far paura. Per ovviare a questi frequenti disastri, dapprima mio padre costruì davanti alla porta d’ingresso una chiusa con guarnizioni, che potesse resistere alla furia dell’acqua.

    Il sistema funzionò in parte. All’interno si rimaneva isolati e si doveva buttar fuori a secchi l’acqua che si infiltrava, ma i danni erano meno rilevanti. Era poi costruita una passerella di assi e cavalletti, che dalla strada arrivava alle nostre finestre: attraverso questa passerella la gente ci portava gli alimenti, finché le acque del Garza, diminuendo di livello, defluivano dal brolo che circondava lo nostra casa.

    Più avanti negli anni innalzammo a spese nostre e delle famiglie Bandera, interessate dallo stesso preoccupante fenomeno, le sponde del Garza, ponendo fine all’angoscia che ci prendeva ad ogni autunno e, soprattutto, ai disagi e danni derivanti”

    Tratto dal volume “Dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012). Si ringrazia Primo Gaffurini che ne ha concessa la riproduzione.


    Hai ricordi e/o immagini delle alluvioni a San Polo, in particolare intorno agli anni ’50? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Chiesa della Conversione di San Paolo

    Inaugurata nel 1960, dalla caratteristica facciata con profilo ogivale, e un’unica navata interna.

    Di particolare pregio le decorazioni del grande murale dell’abside, affidate ad Oscar di Prata che ha raffigurato l’episodio della conversione di San Paolo che dà il nome alla chiesa.

    Da vedere, nella cappella adiacente alla chiesa l’antica pala di Antonio Gandino con “Madonna e santi Antonio, Pietro e Paolo”, e la “Immacolata” di notevole fattura benché di autore ignoto.

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025
  • le Cadizzoni


    A metà via Cadizzoni sorgeva la grande cascina Orizio con le sue attività agricole, mentre all’inizio della stessa strada vi era l’importante cascina Cavalieri, del conte Cavalieri.
    Fittavoli le famiglie Lorini e Lumini .

    la cascina Cadizzoni (foto Gaffurini)


    Sulla parete est della stessa, che si affacciava sullo “stradone” (la via per Mantova), era collocata in bella vista una targa in pietra con la scritta:
    Malghesi di Collio qui non ne voglio”, fatta collocare dal proprietario dopo essere stato gabbato da un malghese valtrumplino che aveva fatto pascolare la propria mandria nei terreni Cavalieri senza rispettare i patti stipulati.
    Secondo la tradizione dell’epoca i valligiani in inverno, con la transumanza, scendevano in pianura per “mangiare il fieno”, cioè portavano le mucche nelle stalle della pianura ricche di fieno.
    Il patto fra malghese e fattore prevedeva che il pagamento awenisse quando il malghese avesse staccato le cavezze delle mucche dalla “traiss”, la tramoggia, al termine della stagione.

    Il furbo malghese di Collio al momento di partire sfilò la cavezza dal collo delle mucche e la lasciò legata alla tramoggia. Nulla poté fare contro di lui il fattore, ma a scanso di ulteriori gabbate fece apporre la targa.

    Un antico portale della Cascina Cadizzoni (foto Gaffurini)

    Hai ricordi e/o immagini di queste cascine ? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com . Grazie!

  • La Cascina Maggia

    All’inizio dell’ omonima via , in una derivazione senza uscita, la grande cascina che era gestita dagli Scaroni con annessa una piccola chiesetta, e la cascina Salvalai .

    Via Maggia, la strada senza uscita e la cascina Maggia. Sullo sfondo la torre di Via Tiziano, raggiungibile con un percorso pedonale e pista ciclabile (foto Giorgio Gregori 2026)

    Poco più avanti, verso la Volta, vi erano “Le Squarie”, ossia il deposito del rifiuti urbani della ditta Ceresetti e Rossi, appaltatrice della raccolta rifiuti e pulitura delle strade per conto del Comune di Brescia. Nel deposito avveniva poi la suddivisione e lo smistamento dei materiali, (la plastica ancora non era in uso). Le “squarie” (rifiuti) venivano utilizzate come concime per i campi ed erano oggetto di ulteriore cernita da parte della popolazione, che vi rovistava alla ricerca di materiale riciclabile.

    Il complesso della Cascina Maggia a Brescia è sorto probabilmente nel XIV secolo per volere dei Conti Maggi, storica famiglia bresciana, fungendo sia da residenza di villeggiatura che da azienda agricola.

    La proprietà passò dalla famiglia Maggi alla Contessa Martinoni Caleppio, che poi la vendette al Comune di Brescia nell’anno XXXX. L’edificio è stato catalogato come Bene Culturale e dopo la ristrutturazione aveva l’ambizione di diventare un nodo chiave per la “cintura verde” urbana, includendo ostello, spazi di coworking e servizi sociali, spazio al servizio dei camper, un ristorante.

    Il progetto è durato alcuni anni, attualmente è tutto chiuso in attesa di una nuova gestione e un nuovo progetto. 

    La chiesetta presso la Cascina Maggia (foto Giorgio Gregori 2026)
    Sul lato destro della chiesetta scorre una roggia. sullo sfondo si intravede la Cascina Salvalai. (foto Giorgio Gregori 2026)

    La cascina Maggia vista da Google Earth

    Hai ricordi e/o immagini della Cascina Maggia ? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com . Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La Cascina Riscatto

    E’ di proprietà del Comune di Brescia e si trova in Via Tiziano 246.

    facciata lato sud.

    Gli spazi ovest della vecchia cascina sono stati destinati ad abitazioni.

    immagine da Google Earth

    La Cascina Riscatto di Brescia, un pregevole edificio storico risalente al Cinquecento, situato in Via Tiziano, è oggi un importante centro sociale e culturale gestito dagli “Amici della Cascina Riscatto ODV”, che ne rispettano e valorizzano la struttura artistica attraverso progetti di inclusione, supporto agli anziani e iniziative culturali, trasformando un antico complesso rurale in un fulcro di vitalità comunitaria nel quartiere di San Polo. 

    Cenni Storici e Valore

    • Origini Antiche: La cascina è un manufatto storico-artistico di valore, risalente al XVI secolo (Cinquecento).
    • Struttura Pregiata: L’edificio conserva la sua struttura originaria, con facciate e elementi artistici di pregio, che sono stati oggetto di interventi di restauro e riqualificazione. 

    Funzione Attuale

    • Centro Sociale e Culturale: Gestita dall’associazione “Amici della Cascina Riscatto ODV”, funge da spazio per eventi culturali, progetti di comunità e supporto sociale.
    • Punto di Riferimento per Anziani: Ospita un Centro Aperto dedicato agli anziani autosufficienti e parzialmente autosufficienti, accreditato dal Comune di Brescia.
    • Inclusione e Intergenerazionalità: Promuove attività che coinvolgono persone di ogni età, creando coesione sociale e valorizzando la memoria del quartiere. 
    • Biblioteca del Quartiere di San Polo.

    Interventi Recenti

    • Sono stati realizzati interventi di restauro e riqualificazione, come l’aggiunta di un moderno vano ascensore e servizi su una facciata laterale, per modernizzare la struttura rispettando il suo valore storico. 

    La Cascina Riscatto è un esempio di come un antico complesso agricolo sia stato recuperato e trasformato in un presidio culturale e sociale vivo e dinamico per la comunità bresciana.  E’ in corso uno studio per cercare di definire le origini storiche della cascina.

    Nel tempo, avevano trovato spazio all’interno della struttura varie attività.

    La Scuola Bottega

    Hai ricordi e/o immagini della Cascina Riscatto ? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com . Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Quando nella cascina Riscatto c’era la Scuola Bottega

    Anno….?
    anno…?
    anno…?
    Anno…?

    Hai ricordi e/o immagini della Scuola Bottega? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La Cascina Bredina

    In Via Michelangelo

    Com’era prima della ristrutturazione
    Com’era…nella neve
    La cascina Bredina oggi
    Il lato ovest prima della ristrutturazione
    Il lato ovest oggi
    prima della ristrutturazione
    prima della ristrutturazione
    Non facile entrare in cascina, quando c’era brutto tempo…
    Visione della cascina da Google Maps

    Hai ricordi e/o immagini di questa cascina? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La storia di San Polo

    tratto dalla Enciclopedia Bresciana di Mons. Fappani ( 1999) www.enciclopediabresciana.it, con aggiornamenti e integrazioni a cura di di Giorgio Gregori

    San Polo nel 1600

    SAN POLO (in dial. San Pól)

    Frazione e poi grande quartiere di Brescia (m. 124 s.l.m.) a più di 4 km. da Brescia a cavallo della strada Brescia-Mantova e compresa fra la ferrovia Venezia-Brescia-Milano e il torrente Garza che si congiunge col Naviglio Cerca per buttarsi poi nel Mella. Non necessariamente la contrazione del nome di S. Paolo in S. Polo è da attribuire all’occupazione francese giacché era già in uso a Venezia e altrove.

    Il torrente Garza è formato da depositi alluvionali wurmiani. Nel 1962 e nel 1974 vennero rinvenuti reperti di Capra ibex L. (stambecco) e altri segni di presenza animale preistorica.

    In epoca preistorica il territorio conobbe la presenza umana come hanno rivelato i due nuclei di abitazioni venuti alla luce nell’agosto 1994 e studiati da Raffaella Poggiali Keller e E. Starnini. Sorgevano su un suolo forestale su un dosso, salvatosi da esondazioni. La Poggiali Keller e la Starnini hanno appurato che il più antico abitato è dell’età del Rame e appartiene alla Cultura del Vaso Campaniforme, diffusasi tra gli ultimi secoli del III millennio a.C. e gli inizi del II millennio a.C. Ne è stata accertata la presenza nella parte settentrionale dell’area dove nel 1995 la Soprintendenza ha dato avvio ad uno scavo in estensione su un’area di 1200 mq. (verificare dove si trova questa area). Sono stati portati alla luce i livelli d’abbandono dell’abitato senza tuttavia che si sia ancora individuata la delimitazione delle singole strutture abitative che pure sono ipotizzabili per la presenza di piccoli buchi per palo – alcuni dei quali con inzeppature in sassi e ciottoli – per la diversa consistenza dello strato antropico e per la discontinua concentrazione dei reperti. Si tratta, dato il modesto spessore del deposito antropico (meno di 15 cm.) e la labilità dei resti strutturali, di fondi di capanna in materiale povero e facilmente deperibile con pareti presumibilmente in legno di cui si conservano i buchi per i montanti lignei perimetrali. Molti i frammenti ceramici di bicchieri o vasi campaniformi confrontabili con esemplari della cultura di Sant’Ilario di Enza, manufatti di selce, ecc.

    Il secondo abitato in un’area contigua a sud del precedente, presso via Modigliani, venne assegnato all‘età del Bronzo antico. Come sottolineano Poggiali Keller e Starnini «del tutto particolare e rilevante è la scoperta di una tavoletta enigmatica in terracotta, un oggetto caratteristico dei contesti poladiani del Bronzo antico in significativo rapporto con i gruppi di Madarovce-Veterov presenti nella parte meridionale della Slovacchia e quello di Dubovac-Cirna nei territori del basso Danubio, dove tali manufatti compaiono in forma del tutto simile a quella degli esemplari provenienti da abitati padani, tra cui si annoverano, in territorio bresciano Cattaragna, Polada, Lucone e Polpenazze».

    Documentata è anche la presenza romana.

    Infatti nell’attuale via S. Polo (all’attuale n. 19) nella proprietà che fu dei Bucchieri e poi dei Sala (fare link alle cascine di San Polo)

    immagine da google maps, Via San Polo 19 Brescia

    venne trovato nel 1784 un cippo in pietra di Botticino, ornato di festoni floreali e due geni, fatto erigere da Gaio Cornelio Firmino “per se stesso e per il padre Gaio Cornelio Firmino”.

    Inoltre vennero rinvenuti due cippi uno dei quali eretto da Verina al gladiatore Aether.

    Un cippo non anteriore alla seconda metà del sec. I d.C. venne trovato nel 1981-1985, un’ara funeraria in pietra di Botticino con l’epigrafe dedicata a Sesto Cornelio Firmo dai “Mikari vici Minervi” venne scoperta nel 1981 presso il Garza. Un altro frammento epigrafico, venuto alla luce nel 1987, nomina la famiglia degli Arri. Sporadici materiali di età romana (oggetti di vetro, ceramica, ecc.) vennero rinvenuti tra via Tiepolo e la ferrovia Milano-Venezia nel 1994.

    Alla prima metà del II sec. d.C. con collegamenti gallici, Alberto Albertini ascrive il monumento ai Samilli, trovato nel 1972 nella zona delle cave, nome quello dei Samilli non ricordato in altre epigrafi bresciane.

    In via Fiorentini poi nel maggio 1978 venne alla luce una tomba ed altro materiale sparso nel terreno che ha fatto pensare al prof. Aslan all’esistenza di una seconda necropoli di tempi tardo-romani o barbarici.

    Vari reperti sono stati trovati nel tratto di strada all’incrocio tra Via Maggia e Via San Polo.

    Il passato “longobardo” in questa zona è documentato dalla necropoli scoperta nel 1973 al di sotto della scuola di via Violante, della quale vennero alla luce tre tombe contenenti i resti di 3 maschi, 9 femmine e 4 bambini; tombe datate dalla fibbia di una cintura alla prima metà del sec. VII.

    Probabilmente ancora in epoca romana esisteva già un canale, derivazione, secondo qualcuno, di quello che verrà chiamato il Naviglio sul quale venne realizzato un piccolo porto o “Portezolo” per il trasporto di prodotti, merci, ecc. ma soprattutto di sabbia di cui il terreno è particolarmente ricco, specie nel bacino del torrente Garza, che tramite acqua arriva a Brescia, nella zona nord di Via Mantova, in un piccolo porto chiamato “porto delle legne”. (nota: questa ipotesi è suggestiva ma irrealistica, vedi le vie d’acqua)

    Franco Robecchi (in “Acqua brixiana”, 116) individua nella seriola Resegotta, detta anche Naviglio Cerca, tale canale che si stacca dal ramo principale a S. Eufemia (vedi le vie d’acqua).

    Da un documento del 1071 risulta che nell’alto medioevo vi esisteva una vasta proprietà del Vescovo e del Capitolo della Cattedrale che era chiamata “Pratum Episcopi”. (cercare cartine). In mezzo a questo prato sulla strada Brescia-Mantova il vescovo stesso fondò un ospizio per viandanti con annessa una chiesa dedicata a S. Paolo ap. che prese il nome di “Hospitale Sancti Pauli in Portezolo”. (vedi le chiese), che cessò l’attività nel XV secolo e, venduto a privati, divenne la chiesa della frazione.

    Attorno all’ospizio e alla chiesa sorsero case di contadini e di cavatori di sabbia che costituirono forse un vicus o villaggio.

    I primi documenti finora conosciuti riguardano i tempi della grande ripresa economica e sociale del sec. XI. Infatti il nome Portazolo è ricordato in un contratto privato dell’anno 1071, dove si legge dell’esistenza di un pezzo di terra arata; come pure nei Regesti di S. Pietro in Oliveto in un documento del 3 gennaio 1094 nel quale si dice che il Prevosto Mayfredo investe Marcio dell’Ospitale e Ventura suo figlio, di un fondo “ad Portizolum”.

    Assieme al monastero di S. Pietro la maggior parte delle proprietà vescovili passarono poi, agli inizi del sec. XII per donazione del vescovo Landolfo II, al Monastero di S. Eufemia da lui fondato dal quale S. Polo dipese per lungo tempo. Con l’ampliamento delle mura cittadine e lo sviluppo della città, avvenuti negli ultimi decenni del sec. XII, le “sablonere” cioè le cave di sabbia assunsero sempre più importanza che continuò a causa dei nuovi ampliamenti di mura operati tra il 1237 – 1254.

    Nel “Liber Potheris” all’anno 1233 si registra la sablonera o cava di sabbia che era collocata presso il Portezolo chiamata col nome di “turche” i cui cavatori venivano accolti senza alcuna deroga o riserva. Negli stessi anni si registra la presenza di un fra’ Giovanni priore “Sancti Pauli de Portezolo” amministratore dell’ospizio e capo di una piccola comunità di addetti alla stessa.

    Trovandosi su una strada importante e vicina alla città, per tre secoli, fino al ‘500 al centro di contese e di assedi, anche il territorio di S. Polo conobbe spesso passaggi di eserciti, saccheggi e distruzioni. Fra gli avvenimenti più ricordati è l’assedio avvenuto quando, nel 1311, l’imperatore Enrico VII, dopo la ribellione di Tebaldo Brusato assediò la città e proprio nel “Prato del Vescovo” eresse la sua tenda e il suo accampamento cingendoli di una grande fossa e di forti difese. A quanto racconta Jacopo Malvezzi, i bresciani, non potendosi avvicinare al campo imperiale, lo bombardarono con delle catapulte fino a quando dovettero arrendersi per fame.

    Nella decadenza del Monastero di S. Eufemia sempre più accentuatasi si stanziò nel territorio una classe imprenditoriale particolarmente attiva, formata da nobili ma in maggior parte dalla nuova borghesia, che popolò il territorio di cascine, di imprese agricole e ville padronali. Accanto a permanenti proprietà monastiche ed ecclesiastiche (la cascina S. Antonio, la strada Canonica, il “locale delle monache”, ecc.) sorsero la Cà di Miglio (casa degli Emili), Cadizzoni (Casa degli Zoni), la Fenarola, la Bora, la Fusera, la Bergognina, la Tirale, il Chioderolo. (vedi le cascine di San Polo)

    Cessata nel sec. XV l’attività dell’ospizio e venduto a privati, anche il piccolo borgo sorto accanto ad esso cambiò fisionomia. Accanto alla chiesa nel `500 venne costruita una grande abitazione dalle linee cinquecentesche curiosamente chiamata dalla popolazione come el palass del Mago, (ora al n. 255 di via S. Polo).

    In esso Angelo Cretti ha visto un rifacimento di altre costruzioni risalenti al sec. XIII e seguenti. La chiesa divenne sempre più patrimonio della comunità che la ricostruì ed arricchì per cui S. Polo andò fin dal secolo XV assumendo l’aspetto di un borgo in mezzo ad una campagna sempre più fertile, contrappuntata da fattorie e case padronali, pur senza mai acquistare indipendenza civile dal comune e religiosa dalla parrocchia di S. Eufemia.

    Sul Naviglio, prima della sua confluenza con il Garza, e sulla Rasegotta sorsero mulini e “razziche” anche se le loro acque provocarono nella piana di S. Polo frequenti alluvioni e straripamenti con gravi danni alle campagne. (nota: qui Fappani descrive il Naviglio e la Rasegotta come fossero fiumi diversi, mentre invece dovrebbero essere le due denominazioni dello stesso canale, il Naviglio Cerca, che deriva a S. Eufemia dal Naviglio Grande Vedi le vie d’acqua

    Un gruppo di case sorgeva nel sec. XVII in via Ponte, presso il Garza; sui loro muri si leggono le date 1611, 1665, mentre la costruzione di una casa padronale dei Truzzi, ad un km. e mezzo da S. Polo, e di case per i contadini, diedero origine ad un piccolo borgo a sè chiamato le Case di S. Polo .

    Le proprietà rimaste al Monastero di S. Eufemia vennero incamerate nel 1797 dal Governo Provvisorio e passate all’Ospedale Maggiore di Brescia. Da parte sua il Comune di S. Eufemia istituiva una scuola.

    Nel 1816 S. Polo aveva una popolazione di 272 abitanti, le Case 139. Sulla fine del sec. XIX nel palazzo Truzzi alle Case veniva aperta una casa di riposo (intitolata Arici-Sega) modificata a più riprese e radicalmente ampliata specie dal 1998. (nota: è stata costruita nei pressi la nuova casa di riposo, inaugurata nel. XXXX e il palazzo Truzzi è in fase di ristrutturazione e altra destinazione).

    Già negli anni ’60 dell’800 il Comune di S. Eufemia aveva aperto una scuola in casa di Caterina Venturini. Alla povera popolazione venne incontro il maestro Giovanni Ontini che per sfamarla inventò “i banchetti di S. Polo”.

    Nel territorio verso gli anni ’90 venne aperto il grande Istituto di S. Maria, affidato alle Suore della carità.

    Nel 1905 arrivava attraverso la ditta Porta e C. la luce elettrica.

    Nel 1909, per evitare i continui allagamenti della strada e l’impossibile esercizio della tranvia, gli abitanti di S. Polo costrinsero l’amministrazione provinciale a trasportare a quota più alta la sede stradale e la tranvia per un tratto creando una golena di sicurezza fra la strada e il Naviglio-Garza. Ma essendo rimasta la golena di proprietà privata venne coperta in gran parte da abitazioni per cui, restringendo sempre più lo scolo delle acque, gli allagamenti (fra cui grave quello del 1930) continuarono.

    Nel 1936 venivano avviate nuove imprese come l’Officina del Molino e negli stessi anni tra le imprese edili nacque la ditta Marmaglio.

    Molte le osterie fra le quali la “Gatta”, il “Brentatore”, “alla Pesa”, “al Poleto” ecc.

    Accese anche le contese politiche nel dopoguerra culminate il 31 giugno 1924 con bastonate inflitte ad un fascista e al ferimento di altri tre alla cascina Franzini in seguito a solenni bastonature e colpi di forca da parte dei contadini. L’ordine venne poi ristabilito dai fascisti di S. Eufemia per cui l’11 luglio 1926 si potè tenere una festa patriottica con la benedizione del gagliardetto del manipolo della scuola locale.

    Il miglioramento viario, la costruzione della tranvia Brescia-Mantova e la congiuntura economica facilitarono la nascita di alcuni opifici fra i quali il cotonificio Schiannini (fare link), il calzificio Franzini e Bravi, una fabbrica di birra cui si aggiunsero una piccola fabbrica di sapone e alle Case una cartiera, mentre buono sviluppo ebbe l’agricoltura.

    Con il nuovo sviluppo urbanistico ed edilizio della città e del territorio dagli ultimi decenni dell’800 le cave di S. Polo ripresero vita fornendo materiale a quasi tutta l’edilizia cittadina particolarmente attraverso due imprese, una delle quali nota in tutta Italia. Nel 1951 esistevano undici cave di sabbia e altri due cantieri meccanizzati.

    Nonostante ciò l’economia rimaneva in sostanza agricola. Fino a pochissimi anni fa, sul muro di una cascina si leggeva l’eloquente ingiunzione “Malghesi di Collio qui non ne voglio”. (vedi libro Gaffurini)

    Ancora nel marzo del 1951 il “Giornale di Brescia” elencava i desiderata di S. Polo “acqua, luce, scuola e ufficio postale”. (cercare il giornale) .

    Segni di una certa vitalità del borgo sono l’erezione di un monumento ai caduti alpini e nel 1958 la nascita del Gruppo alpino. Luoghi di ritrovo rimanevano l’Enal, il Circolo Combattenti e il Circolo Acli.

    Negli anni ’60 gli anziani ricordavano ancora la lotta condotta per avere una terza lampada a carburo per illuminare qualche breve tratto di strada centrale e per costruire un permanente abbeveratoio per i cavalli all’inizio dell’attuale via Vittorio Arici.

    Solo superati gli anni ’60 S. Polo perde la configurazione ultracentenaria di borgo contadino con la costruzione di abitazioni fra le quali spicca il villaggio “La Famiglia” inaugurato il 25 settembre 1971.

    Il vero decollo si verificò tuttavia negli anni ’70 con il lancio del progetto di un vasto quartiere che stravolse completamente la fisionomia della zona. Ideato, pensato fin dal 1972 dall’arch. Leonardo Benevolo, con tutto l’appoggio dell’assessore all’urbanistica del comune di Brescia Luigi Bazoli, discusso, contestato (ad un certo momento si temette perfino che si volesse ad esso sacrificare il centro storico cittadino) il progetto veniva avviato dopo un serrato dibattito; il 2 febbraio 1977 il Consiglio Comunale di Brescia approvava assieme alla variante al piano regolatore la costruzione del nuovo quartiere, denominato San Polo Nuovo, i cui lavori iniziarono il 2 gennaio 1979.

    Concluso un primo lotto, nel 1984, una ventina di cooperative e dodici imprese si mobilitarono per la costruzione di numerose nuove abitazioni, villette a schiera, condomini. Seguirono nuove imponenti costruzioni nella porzione più settentrionale.

    Già nel 1981 vennero aperti i primi negozi e l’ambulatorio. Lo sviluppo dell’edilizia abitativa è continuato nel 1993 e nel 1998. Gli edifici furono costruiti dall’IACP e dall’OPAC 38 di Grenoble (francese) nell’ambito del programma europeo Eurotex dell’ALER.

    Nel luglio 1981 veniva aperto un mercatino bisettimanale mentre dal 1983 il comune di Brescia affidava agli arch. G.A. Jellicol, Cagnardi, Benevolo e a Fulco Pratesi il progetto di un parco urbano con un grande stagno per il riposo di uccelli migratori. (vedi Parco delle Cave fare link)

    Assieme alle abitazioni sono avvenuti insediamenti di rilievo istituzionale e sociale.

    In via Botticelli è sorta nel 1984 su progetto dell’ing. Eugenio Mori la nuova sede della Polizia di Stato o Questura;

    Nel 1988 sorge un centro della Croce Bianca, dono della Banca S. Paolo ampliato poi nel 1992.

    Nel 1998 si insedia la nuova grande Poliambulanza.

    Nel 1999 prende forma un centro assistenziale ANFFAS.

    In costruzione nel 1999 il centro AISM per la sclerosi multipla (dove?).

    Di fronte al centro commerciale “Margherita d’Este” è stata realizzata dal 2000 (verificare) la nuova sede dell’Aci Brescia

    Si ampliano i servizi fra i quali tre farmacie, un mercatino di quartiere, i trasporti.

    Sorgono via via nuovi edifici scolastici cui seguono nel 1993, in via Cimabue una scuola materna, in via Verrocchio scuole elementari e medie, l’auditorium ed una palestra.

    Fra le altre iniziative si deve ricordare la Scuola Bottega avviata nel 1979 sistemata nel 1986 nella Cascina Riscatto (poi è traslocata in via Carducci , attualmente la cascina Riscatto ospita la Biblioteca e il Centro Anziani).

    Da parte della Cooperativa “Elefanti volanti” veniva promosso il centro “Crescere insieme” con l’asilo “Magicomondo” e Spaziogioco.

    I problemi di convivenza e di assistenza, suscitati da nuovi agglomerati abitativi e vagliati in molti dibattiti e polemiche impongono presto interventi pressanti sotto i più diversi profili. Per la sicurezza del quartiere viene aperto nel 1996 un distaccamento della polizia urbana, nel luglio 1999 in via Allegri si apre un nuovo Ufficio Postale.

    Nel 1994 viene aperto all’interno della Casa di riposo Arici-Sega un centro diurno per anziani. È prevista la costruzione sulle aree del lascito Arvedi di un Centro diurno e di alloggi per anziani. (quali aree? cercare informazioni)

    Nuovi problemi da risolvere si impongono nel 1997 con l’arrivo in via Maggia di un nutrito numero di Rom.

    Iniziative di aggregazione sociale vedono la nascita nel 1992 del centro sociale della Torre Cimabue, e poco dopo nasce la Casa delle Associazioni.

    Nell’ottobre 1993 la Cooperativa “Elefanti volanti” apre la sua sede nella Torre Tintoretto.

    Nel 1994 viene fondato in via Cimabue il Circolo ACLI (con bar, bocciodromo) della parrocchia di S. Luigi Gonzaga che si aggiunge a quello esistente dal 1943 di S. Polo vecchio.

    Nel 1995 la VII Circoscrizione apre nella cascina Aurora di via Raffaello un suo centro sociale, poi rimarrà una sala per assemblee e altre attività).

    Nascono inoltre alle Case di S. Polo il Gruppo pensionati e il gruppo culturale la “Secaróla” e il gruppo volontari.

    Attiva in luogo la Consulta della pace che nel giugno 1997 dedicava un cippo in ricordo di Guido Puletti, Fabio Moreni e Sergio Lana uccisi in Bosnia e alle Suore Poverelle stroncate dal morbo “Ebola” in Zaire.

    Per il tempo libero fin dal 1968 viene progettato un Lido (verificare)

    Nel 1975 viene creato il centro Hobbyland e nel 1977 un laghetto (progetto poi fallito).

    Nel maggio 1978 alle Case viene inaugurato il gruppo sportivo AVIS.

    Nel 1980 viene fondato il Circolo del tennis.

    Nello stesso anno si disputa per la prima volta il Palio delle Contrade.

    Nel 1982 è stata aperta la discoteca “Paradiso”. Nel 1995 nella cascina Aurora si insedia ad iniziativa dell’ARCI una Ludoteca (poi trasferita).

    Da anni è in funzione su un’area appositamente attrezzata il Luna Park estivo.

    Ad attività caritative e assistenziali per alcuni anni padre Pippo Ferrari utilizzò la cascina S. Antonio(fare link a S.Antonio, cascina) Nella cascina attualmente ha sede l’Associazione Idea Salute).

    Nel 1993-1996, villa Elisa, già destinata all’assistenza di ragazze madri, viene trasformata in residenza sanitaria assistenziale per anziani non autosufficienti.

    Nel 1984 nella cascina Albrisà (fare link) trova sede, per iniziativa di p. Reati, “Progetto uomo” per tossicodipendenti.

    Gruppi volontari nascono nella parrocchia di S. Luigi Gonzaga.

    Parallelamente rapido in confronto allo sviluppo urbanistico ed edilizio si manifesta quello economico e industriale che vede l’impianto nel territorio, nel giro di pochi decenni, di industrie di grande rilevanza quali la Lonati S.p.a., l’ALFA-Acciai, l’AEB s.p. dei fratelli Piero e Enzo Giacomini (1963), la Baribbi passata poi all’IVECO Mezzi Speciali, la Greiner qui trasferita da Lumezzane.

    Negli anni intorno al 1990 il rumore prodotto dall’Alfa Acciai era notevole. Poi è stata realizzata una collina intorno all’Alfa, con piantumazione e pista ciclabile).

    Sul piano commerciale ebbero rilievo il Centro Commerciale Margherita d’Este (con supermercato e 60 negozi).

    Nel 1987 veniva aperto il piccolo Centro Commerciale “La Mela” di via Carpaccio.

    Nel 1989 presso il Centro Margherita d’Este venne aperta la sede di un’agenzia della Banca Valsabbina, poi chiusa.

    Nel 1988 veniva realizzata a S. Polo Nuovo su 23 mila mq. per 27 imprese artigianali la cosiddetta cittadella artigianale (dove?).

    Dal 1999 è oggetto di discussioni e critiche il progetto denominato “Sanpolino”, che prevedeva inizialmente la costruzione nel quartiere di 1700 alloggi e che è una realtà in continua espansione.


    Il quartiere di San Polo su Wikipedia

    Alcune voci non hanno ancora una definizione precisa e sono rimaste in sospeso: puoi aiutarci? Vuoi approfondire questo tema, hai altre immagini? Lasciaci un commento a memoriasanpolo@gmail.com, Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Le cascine di San Polo

    Prima della costruzione del quartiere nel 1981, oltre al piccolo borgo di San Polo storico, c’erano solo alcune case lungo la via che porta a Mantova. Per il resto campi punteggiati da cascine, alcune riunite in piccoli agglomerati, e qualche chiesetta.

    La strada che dalla Volta portava alla strada per Mantova

    Le proprietà agricole

    Questa cartina riporta la suddivisione delle proprietà nella zona a ovest di Via Mantova, prima della costruzione del nuovo quartiere. In secondo piano c’è, sbiadito, il disegno delle nuove costruzioni

    Leggendo libri e documenti, vengono citate varie cascine:

    • La cascina Aurora
    • La cascina Maggia
    • La cascina Riscatto
    • La cascina Lazzarino
    • La cascina Bersini
    • La Colombera
    • Le Cascine Gerolotto (Bacchetti, Gregorelli, Medeghini)
    • La Fusera (cascinale Zubani)
    • Cascina Sandrini
    • Cascina Medeghini (già del notaio Averoldi)
    • Le Cascine Cadizzoni (cà de Zoni) (cascina Orizio, cascina Cavalleri)
    • Corte Manfredi
    • cascina Manfredi
    • Cascine Roda
    • Cascina Nassa
    • Cascina Scagnel
    • Cascina Bredina (o Bridina?)
    • La Cascina Albrisà
    • El Mei – Cà di Emilio – Cà di Miglio (casa degli Emigli)
    • Cascina Salvalai
    • Le Case (con cascine Caraffini, Faini, Sandrini)
    • La Fabbrica (cascine Pagani, Colombini, e un altro cascinale)
    • cascina S. Antonio
    • cascina Fenarola
    • cascina Bora
    • cascina Bergognina
    • cascina Tirale
    • cascina Franzini (una persona fu picchiata dai fascisti)
    • la cascina dei “Zola” (al “borgo”)
    • Il grande cascinale Pagani-Bordiga-Consoli (al “borgo”)
    • il cascinale dei Bravo (al “borgo”)

    Però non riusciamo ad abbinare correttamente i nomi delle cascine con la loro localizzazione. Utilizzando Google maps, e guardando San Polo dal satellite, alcune sono ben visibili, altre nel tempo probabilmente sono andate distrutte o riconvertite.

    1) Cascina Breda Rossini (vicino alla Poliambulanza)
    2) Cascina Aurora (sede del Museo Dolci)
    In fondo a Via MIchelangelo (cascina Bredina?)
    3) Cascina Maggia , Via della Maggia
    4) Cascina Riscatto, Via Tiziano
    5) Cascina in Via Canneto, vicino al laghetto del Parco delle Cave
    6) Cascine vicino al lago Fuserino
    7) cascine in via Romiglia, vicino al parcheggio per i dipendenti della Poliambulanza
    8) Due cascine vicino al Centro Margherita d’Este
    9) cascina vicino allo svincolo per Brescia centro
    10) cascina vicino a Via Lonati: dovrebbe essere il luogo , proprietà che fu dei Bucchieri e poi dei Sala , dove sono stati trovati dei reperti romani (vedi storia di San Polo)
    11) tre cascine vicino al centro Margherita d’Este

    12) Cascina zona questura, tra via San Polo e Via Brunelleschi

    Puoi aiutarci a dare un nome e un indirizzo alle cascine di San Polo? Hai ricordi e/o immagini delle cascine ? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La Metropolitana a San Polo: il parco agricolo e il “bruco”

    Maurizio Frassi ci ha consegnato un voluminoso faldone dedicato al problema, sorto in fase di progettazione della metropolitana, del parco agricolo e dell’impatto della metro. In attesa di inserire la documentazione relativa alle varie iniziative messe in atto dalla popolazione del quartiere per tutelare l’ambiente, allego gli articoli di giornale dell’epoca.


    Tra il 2004 e il 2006 si sono svolte varie assemblee, molto partecipate, organizzate dal Co.di.Sa. (Comitato Difesa salute e ambiente di San Polo e dintorni)

    Pubblichiamo una selezione di documenti. Grazie a Maurizio Frassi per la collaborazione.

    Il Comune di Brescia aveva diffuso un librettino che illustrava la futura metropolitana

    Un interessante documento:

    Impatto acustico del progetto Metrobus Brescia e valutazione di potenza sonora dei convogli della metropolitana di Copenaghen
    Tesi di laurea Edoardo Piana (2001)


    Hai riscontrato inesattezze, vuoi approfondire qualche tema, hai altre immagini? Lasciaci un commento a memoriasanpolo@gmail.com, Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025