Tag: cascine san polo

  • La Cascina Breda Rossini

    L’antico portone in Via Romiglia 6 (foto Giorgio Gregori 2026)

    da “Il Giornale di Brescia” del 20 marzo 2022

    Il seme è germogliato. Ed ha dato frutti preziosi, ed altri ne darà negli anni, garantendo il futuro ad un luogo di memoria. Del resto, un seme nella terra, per parafrasare il nome del progetto, è promessa di futuro. I primi, importanti, frutti del lavoro di riqualificazione agricola e di solidarietà sociale della Cascina Breda Rossini, in via Romiglia 6 a Brescia (dieci minuti a piedi dalla fermata metro Poliambulanza) si sono visti ieri, giornata di inaugurazione e di restituzione alla città di una realtà che sarà «luogo di cura della terra nel rispetto dei cicli e delle stagioni, cura delle persone e della loro sempre preziosa unicità, cura del lavoro per la dignità umana» come ha sottolineato Irene Marchina, presidente di Fondazione Casa di Dio, la onlus che si è messa in gioco, insieme alle istituzioni, per tradurre il suo importante patrimonio in una rete solidale di spazi condivisi.

    La cascina e il lascito

    Il fondo «Breda Rossini» in via Romiglia è composto da una cascina e da circa nove ettari di terreno agricolo. Fa parte del patrimonio della Fondazione Casa di Dio (solo quello rurale ammonta a quasi mille ettari ed è diffuso su oltre tredici comuni della nostra provincia) acquisito dall’Ipab Rossini e fu donata, con le relative pertinenze, nel 1836 al Pio Luogo Pericolanti da don Faustino Rossini, fondatore e direttore dell’Istituto femminile, per essere messa a reddito per la necessità dell’Istituto, scopo assolto nel 2012.

    Il progetto e i lavori

    Il complesso rurale, databile tra il XV e il XVIII secolo, si configura come una corte chiusa costituita da quattro corpi di fabbrica. Al suo interno, si conservano affreschi tardo quattrocenteschi di pregio e camini in marmo e pietra e, per questo, l’edificio è sottoposto a vincolo in quanto di interesse e storico-artistico. Si è reso dunque necessario procedere nel rispetto della struttura esistente. Dal 2015 è stato elaborato l’intervento tecnico preliminare dallo Studio Dabbeni Architetti di Brescia, sulla base del quale è stato indetto un bando, aggiudicato allo Studio Rizzinelli & Vezzoli Architetti associati di Brescia. Il progetto e l’esecuzione delle opere sono stati coordinati dall’arch. Pietro Balzani con il supporto dell’arch. Anna Maria Basso Bert della Soprintendenza di Brescia. I lavori sono stati aggiudicati e realizzati dall’impresa edile Spam di Artogne a partire dal luglio 2020.

    La cascina Breda Rossini dopo la riqualificazione

    • La cascina Breda Rossini dopo la riqualificazione
    • La cascina Breda Rossini dopo la riqualificazione
    • La cascina Breda Rossini dopo la riqualificazione
    • La cascina Breda Rossini dopo la riqualificazione
    • La cascina Breda Rossini dopo la riqualificazione
    • La cascina Breda Rossini dopo la riqualificazione

    Le destinazioni d’uso della Cascina sono di carattere agricolo, servizi per la disabilità e residenziale.

    La parte agricola è connessa all’agriturismo «Tenuta urbana» che sarà gestito dall’azienda agricola «Fattoria Paradello» di Rodengo Saiano con un contratto ventennale sottoscritto con la Fondazione Casa di Dio. L’azienda condurrà il Fondo e riqualificherà i terreni, gestirà un punto vendita di prodotti a chilometro zero. Per l’assegnazione, la Fondazione si è avvalsa della consulenza dei professori Gianni Scudo e Roberto Spigarolo che hanno operato in sinergia con Bioregione del Politecnico di Milano. Gli ampi spazi della corte chiusa sono destinati allo svolgimento di attività di tipo sociale aperte al territorio.

    Per la disabilità

    Nella Cascina sarà operativo a breve il Centro socio-educativo di Fobap-Anffas che si trasferirà dalla storica sede di via Divisione Acqui. Avrà a disposizione gli spazi di via Romiglia per trent’anni: ogni giorno il Centro accoglie una trentina di persone con disabilità intellettiva già in possesso di molte abilità. Gli educatori ne incentivano autonomia e competenze comunicative.

    Residenziale

    Alla «Breda Rossini» sono stati realizzati sei alloggi da affittare a canone calmierato, di cui uno già assegnato alla cooperativa «La Mongolfiera» per attivare un gruppo-appartamento per l’autonomia abitativa di disabili giovani-adulti con livelli di capacità sufficienti per sperimentarsi, con supporto adeguato, in una situazione di vita indipendente. Il pensiero va al «dopo di noi», quando queste persone non avranno più i genitori, ma anche all’ora e al diritto di progettare la propria vita e il proprio futuro.

    I costi

    L’investimento per la riqualificazione agricola e per la solidarietà sociale della «Breda Rossini» è stato di 2,6 milioni di euro. Un milione è stato il contributo di Fondazione Cariplo, a valere sul bando emblematico maggiore 2020. I rimanenti 1,6 milioni sono a carico della Fondazione Casa di Dio che ha sottoscritto un mutuo decennale di un milione di euro e il rimanente lo ha già finanziato con risorse proprie.

    da “Il Giornale di Brescia” del 20 marzo 2022

    Hai ricordi e/o immagini di questa cascina prima della ristrutturazione? Scrivici a memoriasanpolo@gmail.com Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La Corte Manfredi

    Si trova in Via San Polo 112.

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    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • le Cadizzoni


    A metà via Cadizzoni sorgeva la grande cascina Orizio con le sue attività agricole, mentre all’inizio della stessa strada vi era l’importante cascina Cavalieri, del conte Cavalieri.
    Fittavoli le famiglie Lorini e Lumini .

    la cascina Cadizzoni (foto Gaffurini)


    Sulla parete est della stessa, che si affacciava sullo “stradone” (la via per Mantova), era collocata in bella vista una targa in pietra con la scritta:
    Malghesi di Collio qui non ne voglio”, fatta collocare dal proprietario dopo essere stato gabbato da un malghese valtrumplino che aveva fatto pascolare la propria mandria nei terreni Cavalieri senza rispettare i patti stipulati.
    Secondo la tradizione dell’epoca i valligiani in inverno, con la transumanza, scendevano in pianura per “mangiare il fieno”, cioè portavano le mucche nelle stalle della pianura ricche di fieno.
    Il patto fra malghese e fattore prevedeva che il pagamento awenisse quando il malghese avesse staccato le cavezze delle mucche dalla “traiss”, la tramoggia, al termine della stagione.

    Il furbo malghese di Collio al momento di partire sfilò la cavezza dal collo delle mucche e la lasciò legata alla tramoggia. Nulla poté fare contro di lui il fattore, ma a scanso di ulteriori gabbate fece apporre la targa.

    Un antico portale della Cascina Cadizzoni (foto Gaffurini)

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  • Cascine Gerolotto

    Cascine Bacchetti, Gregorelli, Medeghini

    La “Cascina Gerolotto” è strettamente legata al Parco delle Cave di Brescia, una vasta area di riqualificazione ambientale che include diversi laghi, tra cui il Lago Gerolotto, situato nella zona sud-est della città, vicino alle vie Casotti, Fusera e Ponte.

    Non è una singola cascina ma un’area verde con percorsi ciclopedonali, punti di osservazione ornitologica e progetti in corso, come la “Casa del Parco”. 

    immagine dal libretto di Martelli

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    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La Cascina Aurora

    La Cascina “Aurora”, in Via Raffaello Sanzio 163 a San Polo (Brescia) dal 2023 ospita attualmente il Museo Dolci, che conserva ed espone 41 opere di Martino Dolci delle oltre duecento di proprietà della Fondazione omonima. Sito al piano terreno della Cascina Aurora, il museo consta di 3 ampie sale in cui è possibile ripercorrere la vicenda artistica di uno dei più noti pittori bresciani del Novecento.  

    la prima sala del Museo Dolci

    Oggi la Cascina si presenta così, ma chi si ricorda di quando era una cascina agricola, e poi con varie ristrutturazioni e cambi d’uso ha ospitato gli Uffici del Comune, un negozio di alimentari, una farmacia, la sede dell’ENPA, e oggi ha una sala comunale nella quale si svolgono varie iniziative, assemblee dei cittadini e riunioni del Consiglio di Quartiere?

    l’esterno della Cascina, lato est – foto Giorgio Gregori 2025
    la Cascina Aurora vista da sud, con l’ingresso del Museo Dolci – foto Giorgio Gregori 2025
    cortile della Cascina Aurora durante l’inaugurazione della mostra dedicata al pittore Garosio, nov 2025 – foto Giorgio Gregori

    Circondata da varie cascine antiche, risalenti al 1600-1700, pensavo che la Cascina Aurora avesse una lunga storia. Mentre invece è molto più recente . Ecco una cartina i cui ultimi aggiornamenti datavano al 1931.

    Nel 1931 la Cascina Aurora ancora esisteva, sarà costruita, in data da scoprire, a sud della strada che dalla Volta, passando davanti alla Cascina Maggia, andava fino alla provinciale per Mantova, nel punto di intersezione con quel sentiero che coincide con la lettera “d” di “ssandro”, stradina di campagna che portava alla Cascina Massardotti

    1980 circa, visione da est verso Ovest. E’ evidente sulla destra la strada che portava alla Volta, passando davanti alla Cascina Maggia (fotografia di Pasquale Zaccone)

    Vedi anche l’articolo https://www.amicicascinariscatto.com/un-nuovo-quartiere-di-quasi-20-000-abitanti-in-costruzione/

    vuoi approfondire questo tema, hai altre immagini? Lasciaci un commento a memoriasanpolo@gmail.com, Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • La Cascina Lazzarino

    La cascina Lazzarino, attualmente proprietà dei coniugi Sergio e Liliana Gaffurini, si trova a sud ­ovest di S. Polo, in via Campagna, tra la cascina Fusera e la cava di sabbia di Gaffurini. Ora, dopo la splendida ristrutturazione, non possiamo più definirla una cascina, ma piuttosto, come lo fu nel ‘700 e ‘800, casa padronale, palazzo. Dallo stato di totale abbandono fino agli anni ’60 del Novecento, gli attuali proprietari l’hanno riportata agli antichi splendori settecenteschi.
    Posta nel verde di un grande parco che si affaccia sul laghetto Fuserino , cascina Lazzarino si presenta come una grande costruzione su tre ali attorno all’ampio cortile, al cui centro è situata una grande fontana in marmo, di recente fattura ma stilisticamente ben inserita nel contesto.
    Il bianco del marmo di Botticino domina un po’ ovunque, dai grossi pilastri sormontati da vasi di fiori della cancellata in ferro battuto che si apre verso sud, al porticato con cinque colonne dell’ala est, agli stipiti, alle architravi, ai davanzali, creando un’atmosfera di grande eleganza. Due guglie, sempre in “botticino”, svettano sul tetto dell’ala ovest, donando al complesso una particolare nota di signorilità. L’ala ovest doveva servire, probabilmente, a rustico, oggi ristrutturato ad abitazione; l’ala est al piano terra a deposito carrozze ed a fienile al piano superiore; a nord c’era la casa padronale.
    Da notare che nelle mappe napoleoniche dell’inizio Ottocento compare il nome di Palazzino, mentre il nome Lazzarino, che resterà fino ai nostri tempi, compare per la prima volta nelle mappe asburgiche del 1843, epoca in cui gli austriaci rivedono con metodicità e precisione tutto il sistema catastale del Lombardo-Veneto.
    La denominazione Lazzarino deriva sicuramente da “Lazzaretto”, sinonimo di ospedale in cui venivano ricoverati gli ammalati affetti da malattie contagiose (peste, colera, malattie veneree, vaiolo), frequenti nel periodo di guerre della prima metà dell’Ottocento (guerre napoleoniche, di indipendenza, moti rivoluzionari). Nella bassa bresciana i nomi “Lazzarino” e “Lazzaretto” compaiono di frequente, riferiti a cascine o località di campagna isolati da paesi o città, proprio ad indicare luoghi adibiti ad ospedale lontani dalla popolazione onde evitare contagi.
    Che il complesso sia di chiara architettura settecentesca lo conferma la data incisa sulla maniglia della cancellata: “GIO BATT. REBOLDI FECIT 1773”.

    Nell’ala nord ritroviamo gli elementi artisticamente più interessanti con gli affreschi su soffitti e pareti ed i pavimenti in stile palladiano, composto da frammenti di pietra accostati come tessere di un mosaico a comporre motivi geometrici o floreali stiiizzati. Il pavimento è stato purtroppo tolto, perché troppo sconnesso e rovinato, al punto da essere irrecuperabile.
    L’interesse maggiore è destato senz’altro dagli affreschi distribuiti sui due piani, di mano veneta del ‘700. Essi riproducono scene di vita campestre, paesaggi e temi religiosi. Una Madonna, ascensione di santi, contadini e domestiche, gentiluomini e dame adornano pareti, soffitti e scale, illustrano scorci di vita e costumi settecenteschi.

    Per risalire agli antichi proprietari che fecero costruire l’edificio, bisogna osservare e decifrare i due stemmi, uno dipinto sul muro esterno dell’ala est, l’altro scolpito sulla chiave di volta dell’ingresso. Il dipinto rappresenta un leone rampante sormontato da una cotta d’arme, il secondo un bassorilievo con sette stelle poste sopra un ramo con foglie.
    Essi non appartengono però a famiglie bresciane. Potrebbero appartenere ai Panciera di Zoppola, che tennero la cascina fino al ‘900. La panciera è appunto la cotta d’arme presente sopra il leone rampante dello stemma. I Panciera erano nobili conti provenienti da Zoppola nel Friuli e la loro venuta a Brescia è legata ai Martinengo. Resta l’interrogativo del leone rampante che non compare in nessun stemma dei precedenti proprietari; non in quello della nobile Giulietta Mompiani e tantomeno dei Galletti, proprietari fino alla fine dell’Ottocento, e dai quali i Mompiani l’avevano acquistata. Questi non erano nobili e non potevano essere i committenti del Palazzino. Bisogna risalire oltre, ma mancano del tutto documenti, pertanto non resta che concludere che il Palazzino, divenuto poi Lazzarino, sia stato edificato da signori veneti, il cui stemma era quello scolpito sulla chiave di volta del portale est. Questa ipotesi può essere supportata dal fatto che Brescia per lungo tempo fu sotto il dominio di Venezia. I nobili provenivano un po’ dappertutto e tutti ambivano costruirsi una villa in campagna. La Serenissima era poco precisa nel censire la sua gente, pertanto ricostruire con completezza quale era la situazione all’origine diventa arduo. Resta comunque il fatto che la cascina Lazzarino, magnificamente ristrutturata, è una delle più belle testimonianze del passato di S. Polo e merita tutta la nostra attenzione.
    Di seguito sono riportati due esempi di catasto del sito attorno alla cascina Lazzarino. (inserire immagini)

    Uno è del catasto napoleonico del 1810, generico e non rispettante distanze e dimensioni in scala; l’altro è del catasto asburgico del 1843, preciso, rispettante distanze e dimensioni in scala, suddiviso e numerato in lotti, indicanti addirittura la destinazione funzionale per ogni lotto.
    Dal catasto austriaco (asburgico) si può rilevare la destinazione funzionale dei lotti attorno alla cascina Lazzarino:

    n. 996 aratorio e vitato (coltivato a vite)

    n. 997 casa di villeggiatura

    n. 998 orto
    n. 999 prato vitato, adacquato, fruttato con moroni {gelsi] e così via.

    Tratto dal volume “dal ciancol alla playstation”, di Primo Gaffurini e Umberto Gerola (2012) (pag.64-72). Si ringraziano Primo Gaffurini e Umberto Gerola che hanno concesso la riproduzione.

    Hai riscontrato inesattezze, vuoi approfondire qualche tema, hai altre immagini? Lasciaci un commento a memoriasanpolo@gmail.com, Grazie!

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Liliana e i ritagli di giornale

    da “Viaggio in periferia San Polo si racconta” di Lucia Marchitto

    È stata tutto il tempo del racconto di Silvana molto attenta e partecipe, pronta a intervenire quando l’amica non ricordava bene, ora che è arrivato il suo turno, irrompe dicendo:

    Mi chiamo Giovanna, ma tutti mi conoscono come Liliana…
    e poi si blocca, si passa le mani nei capelli, le fa scorrere sul viso, appoggia il braccio sul tavolo e inclina sopra la testa: Non mi ricordo! – dice
    Forse, prima che io arrivassi, aveva rielaborato tutta la vita, tanto da far accumulare i ricordi, che ora sono tutti lì che lottano e si ammassano bloccandone l’uscita. La rassicuriamo in coro, tutte e tre:

    Succede, succede a tutti, non ti preoccupare! –
    Mi fa tenerezza questa donna che sembra così fragile, ma qualcosa mi dice che invece non è così, che è una donna forte e coraggiosa, forse lo leggo nel suo sguardo, non saprei.
    Nata a San Polo nel 1937, in una casa vicino alla salumeria e all’edicola con un via vai di camion, proprio dietro il bar della pesa, in fondo dove c’era il campo di bocce, quella era la sua casa:

    Insomma, la mia! Non era di nostra proprietà però era La Mia Casa!
    Lo dice marcando le parole mia e casa, perché la casa non è di chi la possiede ma di chi la abita e la cura, dentro ci sono le radici di chi vi è nato e cresciuto.
    All’ingresso c’era un grosso cancello che permetteva il passaggio del camion proprietà del padre che lo usava per trasportare la sabbia. Nel parlare del padre la sua voce si riempie di tristezza dicendo che morì all’età di soli 37 anni. Ricorda molto bene la notte della sua morte. Era il 15 aprile del 1950, il giorno dell’alluvione: il Garza aveva rotto tutti gli argini, allagando la statale e riversandosi nelle cave, lo straripamento era iniziato dove c’è la scuola di Santa Maria di Nazaret, aveva invaso la campagna circostante, dove c’erano le cascine Masserdotti, il Miglio e la Scagnella, vicino alla casa cantoniera, lì si incontrano il Naviglio e il Garza, (1) poi il Naviglio va in via Ponte. Suo padre era rimasto bloccato sul lato opposto della via San Polo, non riusciva ad attraversarla tanta era alta l’acqua e forte la corrente:

    El me disiia: appena va via l’acqua vegne de lì! (Lui mi diceva: appena va via l’acqua vengo lì!)
    Liliana non ricorda se l’acqua fosse entrata anche in casa, cosa molto probabile visto che abitavano a piano terra, i suoi ricordi sono focalizzati sul padre che riuscì a entrare in casa soltanto a notte fonda, poi mentre stava giocando con sua sorella chiamò la moglie dicendole di prendere la bambina che lui non si sentiva bene e nel giro di mezz’ora era morto. Sua madre aveva solo trentadue anni e non si è mai risposata:
    Una volta, le donne restavano vedove e finiva lì!
    Liliana frequentò le elementari dalle suore di Maria Bambina che oggi si chiama scuola Maria di Nazareth. Fece soltanto il primo anno del professionale e poi cominciò subito a lavorare.
    Nella casetta dietro al bar della Pesa abitavano oltre a sua madre e sua sorella, la nonna e la famiglia dello zio che aveva cinque figli, stavano molto stretti e la madre, ormai vedova, decise di trasferirsi insieme alla nonna. Trovarono alloggio al secondo piano di una palazzina che da un lato si affaccia sullo stradone e dall’altro sul Garza (2), sotto abitava la famiglia Lussignoli. Era una casa isolata in mezzo ai campi e la proprietaria possedeva tutti i terreni che c’erano nei dintorni, su uno di questi è sorto il Centro Commerciale Margherita D’Este. Dopo alcuni anni, si trasferirono al piano di sotto.
    Nel ‘65 si sposò e andò ad abitare vicino all’ufficio postale con la madre, la nonna e i due figli. Anche da sposata continuò a lavorare:

    Ho sempre lavorato, sempre. Sono sempre andata a servizio da una signora all’altra, ho lavorato un po’ anche in ferriera a fare le pulizie, e non ho ancora smesso di lavorare, faccio la nonna e corro sempre dietro agli altri, per dire!
    Il marito lavorava alla Legnami Pasotti dove si facevano le casette in legno per i terremotati: Tutti i terremoti li ha fatti mio marito! Pure il Friuli, il Vajont, è stato via anche all’estero, nei Paesi Arabi, sempre per le casette! Ho anche tutti i ritagli di giornali, dove c’era mio marito, naturalmente!
    Si legge tra le parole l’orgoglio per quel marito falegname che portava la sua opera per il mondo, lì dove ce n’era più bisogno. A volte Liliana seguiva il marito lasciando i figli con la nonna, stava via due o tre giorni non di più, e poi tornava, tra l’altro lei aveva preso la patente e il marito no, per cui ogni tanto lo doveva portare sul luogo di lavoro. Telefonava al marito ogni quindici giorni ed era un’impresa perché non aveva il telefono e quando poi andò ad abitare al villaggio, dove tuttora abita, aveva il duplex: per una linea c’erano due proprietari e se telefonava uno l’altro non poteva farlo. Al Villaggio si trovò subito bene, ed era bello e calmo:

    Come calmo è ancora adesso! –
    Dopo tante fatiche finalmente aveva una casa tutta sua che suo marito arredò costruendo i mobili.

    Mio marito faceva di mestiere il falegname, infatti in casa mia non c’è niente di comprato, è tutto fatto da lui!
    Nonostante quel mestiere del marito condizionasse tutta la sua vita, che non doveva essere per niente facile dovendo crescere da sola i figli e nello stesso tempo lavorare a sua volta, Liliana è orgogliosa di tutto ciò che il marito ha fatto, tanto da conservare gli articoli dei giornali, tanto da tenere con cura amorevole tutti i mobili della sua casa che in ogni momento della giornata le ricordano l’uomo amato.

    Oggi non frequenta centri di aggregazione perché preferisce stare a casa sua, si è trovata e si trova molto bene al Villaggio:

    Dopo dipende anche da noi, se ci sono i rompiscatole … ci sono dappertutto, abbiamo qualcosa anche noalter!
    Intanto Gabriella ha fatto il caffè, il profumo riempie la stanza, sono contente le nonne, lo sono anch’io. Ci avviamo alla macchina e Gabriella mi indica le sedie e il tavolo dove le nonne d’estate fanno due chiacchiere, ammiriamo il giardino di Silvana, passiamo davanti alla casa di Paride, saliamo in macchina e Gabriella mi porta a far vedere i luoghi dove le nonne hanno vissuto, andiamo fino alla cascina Loc scatolott, negli occhi di Gabriella si legge la nostalgia, lì ha vissuto fino ai dodici anni, lì c’è tutta la sua infanzia. Passiamo davanti al palazzo del Mago e facciamo ritorno al Margherita D’Este.
    Ringrazio questa donna così generosa e disponibile e penso che a guardarlo bene il mondo ci si rende conto che è pieno di bellezza.

    (1) Dall’enciclopedia Bresciana: nel 1909, per evitare i continui allagamenti della strada e l’impossibile esercizio della tranvia, gli abitanti di S. Polo costrinsero l’amministrazione provinciale a trasportare a quota più alta la sede stradale e la tranvia per un tratto creando una golena di sicurezza fra la strada e il Naviglio-Garza. Ma essendo rimasta la golena di proprietà privata venne coperta in gran parte da abitazioni per cui, restringendo sempre più lo scolo delle acque, gli allagamenti (fra cui grave quello del 1930) continuarono.

    (2) Enciclopedia Bresciana: Nel lontano 1947, quando il Garza scendendo dai monti di Nave passava entro la città e poi andava a gettarsi nel Mella in territorio di Bagnolo, si decise di deviarne il corso facendolo passare da S. Polo, Borgosatollo, Castenedolo e quindi, con lo scopo evidente di portare acqua sui terreni della brughiera in cui, per la siccità dei periodi estivi, si perdeva buona parte dei raccolti.

    Coltiviamo la memoria è un progetto ©Giorgio Gregori 2025

  • Il ricamo di Silvana

    da “Viaggio in periferia San Polo si racconta” di Lucia Marchitto


    C’è un venticello dolce che accarezza tigli, olmi, querce e platani, sopra i rami si posano merli e passeri che cianciano allegri, sulle ciclabili passeggiano donne, uomini e cani, nel Centro Mela c’è una lunga fila di persone che aspetta il turno davanti alla forneria.
    Non ho fretta, sono in anticipo all’appuntamento, perciò osservo con calma il quartiere. Nonni portano a spasso un bimbo nel passeggino, incontrano qualcuno che si ferma a parlare e a spiare il bambino che forse dorme, o forse spalanca gli occhi sulla magia di un giorno di primavera.
    Arrivo al Centro Margherita d’Este: è incredibile come questo centro, che era quasi morto, quasi abbandonato, sia resuscitato! Gente che va e che viene. Indaffarate o pigre le persone lo attraversano, mi piace osservare i loro movimenti, i loro visi, il modo di vestire, i clienti seduti ai tavoli della “Sforneria” che sorseggiano il caffè, la vita che scorre e si racconta attraverso i gesti, in questo posto, che è il mio posto perché molte delle persone che mi passano davanti le riconosco.
    Aspetto con il libro in mano, che porto come segno di riconoscimento per la persona da incontrare, infatti, mi riconosce per questo, perché non ci eravamo capite, io intendevo aspettarla all’entrata dalle scale mobili lei a quella opposta.
    Gabriella è una signora alta, bionda, dice subito che le due nonne mi stanno aspettando, stanno aspettando la giornalista:

    Non sono giornalista! – dico anche con una certa ansia, non vorrei mi si accusasse un giorno di abuso della professione! – Faccio delle interviste, che poi sono solo quattro domande, per stimolare il racconto della vita nel quartiere delle persone, per indirizzarle verso il tema che intendo sviluppare, sono come dire, una guida, nient’altro! –
    Sorridiamo entrambe, è una persona gentile, disponibile, anche lei abita in quartiere ed è nata in una cascina del centro Storico di San Polo, mi sta portando a casa di sua madre che, insieme alla vicina, è in attesa e sono anche un poco agitate le nonne, hanno paura di non ricordare. Quando arriviamo si affacciano subito sulla porta, l’una alta, l’altra un poco più bassa, l’una dalla carnagione quasi diafana, l’altra nera di capelli, in piedi sulla soglia hanno una espressione di curiosità mista a timore sul viso, appena ci sediamo intorno al tavolo, prorompono in coro, dicendo che a volte non ricordano bene le cose. Silvana e Liliana questo il loro nome, Silvana è la padrona di casa, Liliana la sua vicina e sua amica di sempre: si conoscono da quando erano bambine, d’altra parte sono nate entrambe nel 1937 e hanno vissuto prima a San Polo Storico e poi qui al villaggio “La famiglia”.
    C’è molta luce nella stanza, una stanza molto curata, accogliente. I quadri alle pareti lasciano spazio, non soffocano, danno una pennellata di colore al bianco della parete, e tutto è armonia di forme come quel piccolo vaso con una struttura a clessidra posto sotto la grande vetrata della finestra, la luce che cade all’interno della stanza non abbaglia e si intravede il verde dei giardini.
    Silvana e Liliana parlano contemporaneamente, l’una sull’altra. C’è un sacchetto appoggiato sul tavolo, Liliana lo apre e tira fuori un libro mostrandolo con orgoglio, dicendo che lo hanno scritto due suoi conoscenti, vorrebbe prestarmelo, ma io lo conosco bene avendolo già preso in prestito dalla biblioteca. Dopo aver spiegato brevemente cosa intendo fare, dopo averle rassicurate sul fatto che non ha importanza se non ricordano tutto, inizio l’intervista alla padrona di casa, la Signora Silvana.
    C’è un attimo di silenzio, gli sguardi sono tutti per lei, è solenne l’attimo prima del racconto di una vita che in questa casa vive delle piccole cose, dei piccoli riti quotidiani oggi interrotti dal mio arrivo, arrivo che apre il cassetto dei ricordi.

    Nel dire la sua data di nascita, il 1937, aggiunge subito che il primo ricordo è legato alla guerra, era una bambina e frequentava la scuola elementare, le lezioni si tenevano sotto il portico del “palazzo del Mago”, tutti insieme i bambini, dai sei ai dieci anni, seguivano le lezioni seduti sulle panche pronti a scappare appena suonava l’allarme.
    La sua famiglia era composta dai genitori e cinque figli e quindi occupavano diverse stanze al piano superiore della cascina in cui abitavano. Un giorno arrivò un gruppo di tedeschi con delle camionette piene di roba che, con i mitra spianati, li obbligò ad ospitarli, occupando le loro stanze. Si fermarono a dormire e a mangiare per tre giorni e tre notti durante le quali la sua famiglia dormì su dei materassi poggiati per terra in cucina. I tedeschi avevano sempre il mitra in mano e a turno uno di loro controllava con il binocolo lo stradone. Con i bambini erano gentili e davano loro anche della cioccolata. Con l’arrivo degli americani i tedeschi scapparono. Silvana dice che non capivano quando parlavano i tedeschi, d’altra parte non conoscevano la lingua e poi la sua famiglia e tutti gli altri abitanti della cascina parlavano solo dialetto.
    “Ridono insieme le due nonne:

    Anche adesso parliamo sempre in dialetto! Povere nonne lasciateci qualcosa anche a noi!
    Come a dire: lasciateci almeno parlare la nostra lingua! Poi si illuminano e sempre in coro affermano:

    Ora ci sono anche quelli che scrivono i libri in dialetto! E col riso tornano i bei ricordi, perché dice Silvana:

    Non c’è stata solo la guerra, ma anche cose belle!
    I genitori erano contadini e si erano trasferiti da Castenedolo a San Polo per lavorare presso la cascina “loc scatolot” (luogo scatolotto), si trovava in via Cadizzoni e intorno c’erano altre cascine: quella dei Lodrini, quella dei Bonetti e il Miglio. Si coltivava frumento, granturco e erba per le mucche, nella cascina vi abitavano 13 famiglie, ogni famiglia gestiva i propri animali sia quelli da cortile che i maiali. Da ragazzina andava a prendere l’acqua alla fontana e dava, insieme ai suoi fratelli, una mano ai genitori, perché allora non si stava mai con le mani in mano:

    Quel momento che si giocava, si giocava e dopo c’era sempre qualcosa da fare, dare una mano alla mamma anche in casa, c’era da lavare, da stirare, a me piaceva ricamare e mi sedevo a ricamare, allora mia mamma mi lasciava il tempo.
    La vita in mezzo a tutte quelle famiglie era bella perché erano molto uniti sia gli adulti che i bambini, c’era molto spazio per correre e giocare magari con una palla fatta di stracci. A volte andavano all’oratorio che era vicino alla chiesa nuova, facevano anche il cinematografo ma lei ci andava poco perché non aveva i soldi per comprare il biglietto.
    Vedi n o t a 1
    A dodici anni Silvana andò dalle suore in via Diaz per imparare a ricamare, ci andava a piedi, a volte da sola, a volte erano in due o tre, perché non tutte ci tenevano al ricamo, la sorella invece, imparò a fare la sarta. Dice con orgoglio:

    Il ricamo mi è sempre piaciuto e ho ricamato tutta la dote dei miei figli e delle mie sorelle!
    Guardo la cartina su Google: da via Cadizzoni a Via Diaz ci sono più di quattro chilometri! Ci vuole una certa dose di volontà e anche di passione per fare otto chilometri al giorno a piedi per imparare il ricamo! E nel pensarlo ho come l’impressione che Silvana non abbia soltanto ricamato corredi ma la vita stessa, ne ha tracciato il disegno con un punto rigoroso e insieme fantasioso.
    A quattordici anni cominciò a lavorare in uno scatolificio in via Cremona, ci andava in bicicletta portando nella borsa qualcosa da mangiare:

    Mica tanta roba, uno uovo magari al burro, oppure si andava a prendere dieci lire di mortadella, eravamo tutte così!
    Sul lavoro si trovò subito bene, nonostante allo scatolificio tenessero le ragazze solo fino ai diciotto anni lei vi rimase fino a quando si sposò.
    Dopo il lavoro ricamava. E forse dalla finestra guardava il suo ragazzo e sognava. Il suo ragazzo, che poi divenne suo marito, era il figlio dei proprietari dei terreni che i suoi genitori tenevano a mezzadria, erano cresciuti insieme, insieme avevano giocato nel cortile della cascina e in cascina continuarono a vivere anche dopo il matrimonio, vissero porta a porta con i genitori e con i suoceri per molto tempo ancora.
    Negli anni molte famiglie se ne andarono altrove perché la terra era poca, rimasero nella cascina soltanto la sua famiglia, quella della suocera e quelle di tre cognati, poi uno di questi andò a lavorare in ferriera, un altro fece il carrozziere, e suo marito fu assunto alla a2a.
    La costruzione dell’Alfa Acciai fu vissuta dalla sua famiglia e dagli altri abitanti di San Polo come una buona opportunità per i giovani, infatti, uno dei suoi cognati ha lavorato lì per tutta la vita, e come lui tanti altri giovani vi trovarono lavoro.
    Quando fu approvato il progetto per le Case Marcolini3, vicino all’Arici, Silvana e suo marito, che avevano già tre figli, fecero la domanda per acquistarne una e con molti sacrifici riuscirono a comprarla. Seguirono la costruzione passo, passo, facendo anche apportare modifiche nella scelta dei materiali pagando la differenza.
    Quando, finalmente, nel 1972 si trasferirono il complesso era tutto costruito, tre o quattro ditte si erano impegnate nella costruzione e avevano terminato insieme i lavori. Le famiglie invece arrivarono poco alla volta, la sua si trovò subito bene, lei, tra l’altro, fu molto fortunata perché la sua vicina era la sua amica di sempre, quella che ora è seduta a questo tavolo e sta aspettando impaziente di raccontare la sua storia.
    da l’”Enciclopedia Bresciana”: “Solo superati gli anni ’60 S. Polo perde la configurazione ultracentenaria di borgo contadino con la costruzione di abitazioni, fra le quali spicca il villaggio “La Famiglia” inaugurato il 25 settembre 1971”.
    Nel villaggio non c’erano negozi, ma passavano i venditori ambulanti con i loro furgoncini portando ogni genere di mercanzia. Ora ne passa solo uno che vende frutta e verdura.
    Raramente frequenta i luoghi di ritrovo del villaggio, perché le piace molto stare in casa, trova sempre qualcosa da fare anche se è da sola. Spesso passa sua figlia e d’estate si siede a sera nel giardino della sua amica a fare un paio d’ore di chiacchiere. Vicino abitano altre cinque signore della stessa età, sono invecchiate insieme, quindi non sono mai sole. Dice:

    In quasi sessant’anni che sono qua non è mai successo niente, questo è sempre stato un villaggio calmo
    Calma e serena è l’aria che si respira in questa casa.

    Brescia, 25 marzo 2023

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